L’Esperienza dei giovani Aifo in India

L’Esperienza dei giovani Aifo in India

di Giulia Pastori, Mauro Pisano, Isabella Rabezzana, Gaia Sormani

Aifo ha organizzato un viaggio speciale per giovani per consentire loro di prendere contatto con la realtà dei Progetti. Per questa prima iniziativa è stata scelta l’India. Con il supporto organizzativo di Aifo India, i quattro giovani partecipanti hanno potuto visitare il Progetto Malavalli. Questo è il racconto della loro esperienza.

Il nostro viaggio è iniziato il 4 agosto a Milano. Siamo partiti, agitati ed emozionati, alla volta di Bangalore; lì abbiamo incontrato i soci di Aifo India, i quali ci hanno accolti a braccia aperte nel loro ufficio sito nel centro della città.
I primi due giorni ci sono serviti per ricevere informazioni riguardanti il lavoro che Aifo India svolge in più progetti, in particolare rivolti ai malati (o già guariti) di lebbra. In questi ultimi anni, nello specifico si sono impegnati ad affrontare il problema dell’inclusione sociale e lavorativa dei cosiddetti “ultimi”, ovvero di coloro che a causa di disabilità quali quelle causate dalla lebbra, non vengono pienamente accolti e accettati dalla società.

Il 6 agosto abbiamo lasciato Bangalore per raggiungere la sede del progetto di Malavalli, il TRDC (Trirumurthy Rural Development Centre) una delle unità del Shree Ramana Maharishi Academy for the Blind di Bangalore.
Il progetto di Malavalli ospita persone di tutte le età affette da diversi tipi di disabilità; in particolare non vedenti, non udenti e con difficoltà di linguaggio, persone con problemi motori, persone con malattie e ritardi mentali. Nel centro sono presenti varie attività, tra cui quelle di insegnamento, di riabilitazione e di inclusione lavorativa e sociale.
La nostra esperienza si è svolta in due momenti: uno all’interno del centro, per conoscere e osservare tutti gli aspetti dello stesso, e un secondo momento all’esterno del TRDC, nello specifico riguardante l’osservazione dei CBRs (Community Based Rehabilitation).
Per facilitare l’osservazione sono stati formati due gruppi . Un gruppo, composto da Gaia e Giulia, è rimasto all’interno del centro per tutta la prima settimana, al contempo l’altro gruppo, composto da Isabella e Mauro, ha visitato i diversi centri e villaggi; la seconda settimana abbiamo invertito le attività dei due gruppi.

L’attività educativa
All’interno del TRDC abbiamo avuto l’occasione di partecipare alle lezioni delle quattro classi presenti. La prima classe da noi osservata è stata quella dei ragazzi affetti da ritardo mentale ma con discrete capacità di apprendimento. Qui vengono svolte diverse attività come quelle motorie, attività quotidiane come l’igiene personale, e i l’insegnamento di comportamenti sociali come ad esempio salutare e ringraziare. Viene loro insegnato inoltre a leggere e scrivere l’alfabeto, i numeri e la suddivisione del tempo e, in alcuni casi, a riconoscere e gestire i soldi. L’apprendimento avviene tramite giochi di vario tipo o tramite l’utilizzo di un linguaggio recettivo o espressivo da parte dell’insegnante a seconda delle capacità di ogni studente. Abbiamo assistito a un esempio di lezione, la quale consisteva nel far riconoscere agli studenti le varie parti del corpo, i colori e vari tipi di oggetti corrispondenti alle lettere dell’alfabeto. I ragazzi venivano coinvolti e messi in gioco tramite l’assegnazione di determinati compiti da svolgere di fronte alla classe.
La seconda classe che abbiamo visitato è stata quella degli studenti con difficoltà uditive e di linguaggio. Il gruppo è composto da ragazzi di età non superiore ai dodici anni. Poiché essi non hanno nessuna difficoltà di apprendimento, le lezioni si svolgono come in una scuola normale ma con l’ausilio di tecniche d’insegnamento principalmente visive come il linguaggio dei segni. Viene inoltre insegnato loro ad esprimersi anche tramite la parola osservando e toccando le vibrazioni vocali emesse dall’insegnante, ed infine a leggere il labiale.
Nelle lezioni a cui abbiamo assistito i bambini imparavano, tramite il linguaggio dei segni, i colori, gli animali, i giorni della settimana, i mesi e i numeri in inglese; inoltre hanno ripetuto l’alfabeto di fronte allo specchio grazie all’aiuto dell’insegnante.
Nella terza classe vi erano ragazzi non vedenti che si stavano esercitando nella scrittura a caratteri Braille. Come nella classe dei ragazzi con difficoltà uditive, le lezioni si svolgono in modo tradizionale ma con tecniche differenti, in quanto anche loro non presentano alcuna difficoltà di apprendimento. Ad esempio esercitano maggiormente l’udito e il tatto, attraverso giochi da tavolo come gli scacchi e il domino, tramite lezioni frontali e anche grazie a strumenti come l’abaco.
La quarta classe è quella da loro denominata “mentally talent”. Qui vi sono coloro che mentalmente hanno minori, se non nulle, capacità di apprendimento. Principalmente passano le ore di lezione facendo giochi mirati a stimolare alcune capacità intellettive e cerebrali, come per esempio i giochi a incastro. Molti di questi alunni non sono in grado di parlare o di svolgere semplici attività quotidiane come lavarsi e vestirsi.

Scuola e lavoro
Oltre ad aver potuto osservare l’attività scolastica, abbiamo avuto l’opportunità di osservare anche quelle lavorative, che comprendono: sericoltura, agricoltura, orticoltura, allevamento avicolo e bovino.
Tutte queste attività vengono insegnate ai ragazzi per dare loro l’opportunità di lavorare autonomamente e altrove in futuro. Gli insegnanti sono per la maggior parte ex studenti, i quali una volta concluso il proprio percorso formativo, sia di studio che di tirocinio, sono stati assunti dal TRDC. La cosa che più ci ha colpito è stato vedere come molte persone non vedenti hanno imparato a svolgere attività già di per sé complicate per chiunque.
Ad esempio, tutti eravamo particolarmente meravigliati di Ragvendra, un ragazzo non vedente di 29 anni, sposato da poco, che ha studiato e svolto il tirocinio nel centro e che ora trasmette con passione le sue conoscenze ad altri ragazzi. Lo abbiamo visto mentre si arrampicava sugli alberi di cocco, mentre riconosceva e descriveva vari tipi di piante, mentre piantava e trapiantava, mentre mungeva. Ci ha accompagnato per tutta la settimana, mostrandoci le sue abilità in ogni campo, non di meno nella descrizione dei vari processi. Ci ha inoltre mostrato le sue capacità creative in ambito musicale; è infatti molto bravo a suonare la pianola, i bonghi e a cantare.
In generale, ci ha colpito il fatto che buona parte dei ragazzi fosse in grado di occuparsi delle mucche (mungerle, pulirle, nutrirle, filtrare il latte e quindi occuparsi di ogni aspetto dell’allevamento), dei pulcini (pulire il pollaio, occuparsi della temperatura e della luce all’interno dell’ambiente, nutrirli e vaccinarli, se ne occupano durante tutto il ciclo di vita, fino alla vendita), della sericoltura (tagliare le foglie da dare alle larve durante le quattro fasi di crescita di queste, pulire e disinfettare l’attrezzatura, e infine preparare alla vendita).
Inoltre sono in grado anche di occuparsi dell’agricoltura, che comprende colture da cereali, piante da frutto, piante ornamentali e verdure. Per tutte queste si occupano di piantare i semi in spazi appositi (nursery), dai quali dopo trenta giorni vengono rimosse per essere trapiantate in spazi più ampi.
I nostri giorni all’interno del centro si sono svolti sotto la guida di Laxman, un signore non vedente molto saggio e disponibile che ci ha descritto minuziosamente e in maniera simpatica tutte le cose che dovevamo sapere.

La visita ai villaggi
Il secondo momento della nostra visita era caratterizzato dalla visita ai villaggi e a tre dei centri amministrati da Aifo, che si trovano a Maddur, Channapatna, Ramanagara. Gli obiettivi e le modalità del lavoro svolto da questi centri sono condivisi e sono: la trasmissione delle competenze, la creazione di gruppi di auto-aiuto (principalmente di tipo economico tra gli abitanti di uno stesso villaggio) e di aiuto alla crescita della persona.
La prima fase del lavoro che questi centri svolgono consiste nell’identificazione e nella classificazione delle disabilità, per aiutare le persone ad ottenere il documento di certificazione di disabilità, il quale permette loro di ottenere aiuti dal governo, quali la tessera per il trasporto pubblico, sconti in vari ambiti e pensioni per invalidità. Inoltre questo documento permette loro di ottenere mezzi di sussistenza quali: incentivi per intraprendere attività lavorative, mezzi di trasporto autonomi e attrezzature sanitarie come sedie a rotelle, stampelle, ecc. Essi forniscono inoltre servizi medici gratuiti, come visite fisioterapiche e di riabilitazione. Il lavoro di questi centri è molto importante per le popolazioni dei villaggi che spesso non hanno mezzi economici, poiché  nella maggior parte dei casi presentano situazioni economiche infime, scarse o nulle possibilità di avere inclusione e dignità sociali a causa delle disabilità.
Ci è stato possibile vedere i risultati raggiunti attraverso la visita ad alcune delle famiglie che beneficiano di queste facilitazioni. Ad esempio abbiamo conosciuto due persone non vedenti che grazie al progetto sono riuscite ad ottenere uno spazio per intraprendere una piccola attività commerciale che gestiscono autonomamente. Altri esempi di questo tipo sono rappresentati da due ragazzi affetti da poliomelite; entrambi sono stati integrati nel mondo del lavoro, infatti il primo guida un taxi/risciò, il secondo, dopo aver raggiunto la laurea, gestisce una piccola fabbrica di bicchierini di carta, la quale a sua volta offre altri sette posti di lavoro.

Tra le cose che più ci hanno meravigliato vi è la natura comunitaria del TRDC, in cui ognuno ha un ruolo definito, in cui i ragazzi, molti dei quali provengono da situazioni familiari difficili a livello economico o relazionale o addirittura non esistenti, hanno il sostegno economico necessario. È inoltre bello notare che qui hanno la possibilità di imparare a responsabilizzarsi e ad aiutarsi a vicenda. Allo stesso modo siamo rimasti positivamente colpiti da come persone con disabilità di vario tipo non si identifichino con la loro disabilità, bensì con il loro ruolo sociale.

Quest’esperienza ci ha veramente toccati nel profondo. Le persone, gli insegnanti, lo staff, i bambini ci hanno insegnato tanto, ci hanno fatto aprire alla condivisione e all’affetto reciproco. Ci hanno fatto sentire a casa accogliendoci a braccia e a cuore aperti, ci hanno coccolati ogni qualvolta sia stato loro possibile, sono stati in grado di trasmetterci con un tale amore la loro cultura da farcela amare in ogni sua sfaccettatura, ci hanno insegnato a conoscerci più a fondo e che per comunicare non sono sempre necessarie le parole. Ci hanno ispirati a progetti futuri. Ci hanno lasciati con la voglia di tornare, per dare di più. Share the love.

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