Diritto alla salute e inclusione in Mongolia, 35 anni di impegno di AIFO

In un territorio vasto e complesso come quello della Mongolia, l’accesso alla salute rimane una sfida cruciale per le fasce più vulnerabili. Dal 1991, AIFO opera nel Paese per trasformare questa necessità in un diritto acquisito, evolvendo dai primi interventi pilota fino ad una consulenza strategica per il Parlamento nazionale. Attraverso lo sviluppo inclusivo su base comunitaria, AIFO ha integrato la disabilità nelle politiche pubbliche, garantendo autonomia e partecipazione sociale a migliaia di persone.

La Mongolia è un paese di contrasti profondi. Un territorio sconfinato ma tra i meno popolosi al mondo: oltre 1,5 milioni di km quadrati di estensione per appena 3,5 milioni di abitanti, di cui quasi la metà vive nella capitale Ulaanbaatar, mentre il resto è disperso in una delle geografie più impervie del pianeta. Questa distanza tra città e steppa attraversa anche il sistema sanitario, che ha fatto passi importanti negli ultimi decenni ma continua a fare i conti con disuguaglianze difficili da colmare. E di queste disuguaglianze fanno le spese soprattutto le persone con disabilità, che nel paese sono oltre 100mila. La Mongolia, infatti, negli ultimi venti anni, ha compiuto passi importanti in tema di inclusione: ha ratificato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2009), ha approvato la Legge sui diritti delle persone con disabilità (2016), ha istituito commissioni nazionali dedicate, ha modificato le leggi sul lavoro. Il Comitato ONU per i diritti delle persone con disabilità, nel suo rapporto del 2023, ha persino elogiato l’approccio complessivo del governo. Ma tra le affermazioni teoriche contenute nella normativa e la realtà quotidiana di una persona con disabilità, che magari vive anche in una zona rurale, il divario rimane ampio.

Inclusione e diritti delle persone con disabilità in Mongolia

Come detto, secondo le stime ufficiali, in Mongolia vivono oltre 100mila persone con disabilità, pari a poco meno del 4% della popolazione. Di queste, circa 10mila sono bambini. In realtà, però, si tratta di numeri probabilmente non attendibili per difetto. In primo luogo, infatti, visto che nel paese la disabilità è associata alla perdita di capacità lavorativa, chi non ha un impiego (come gli anziani e spesso le donne) può non essere conteggiato tra le persone con disabilità. Allo stesso modo, le famiglie con bambini che hanno una disabilità congenita tendono a nascondere questa condizione per paura dello stigma sociale. Questo significa che il numero reale delle persone con disabilità in Mongolia è quasi certamente superiore alle stime ufficiali.

La povertà come moltiplicatore di esclusione

L’altro grande tema quando si parla di inclusione delle persone con disabilità in Mongolia è quello della sua connessione con la povertà economica. Infatti, il tasso di povertà registrato nei nuclei familiari con almeno una persona con disabilità è maggiore del 50% rispetto a quello dei nuclei senza disabilità. Ma questa cifra, già allarmante, diventa ancora più grave se si correggono le misure standard con i costi aggiuntivi che la disabilità comporta: spese mediche, trasporti, dispositivi assistivi, perdita di reddito da parte dei caregiver. Con questa correzione il tasso di povertà reale delle famiglie con disabilità è più del doppio rispetto alle famiglie senza disabilità. Ne consegue che più del 40% delle persone con disabilità si colloca nel quintile più povero della distribuzione del reddito. E ancora una volta il problema è più gravoso per chi vive lontano dalle città.

I diritti negati alle persone con disabilità

In Mongolia, il diritto all’istruzione rappresenta spesso il primo punto di rottura nel percorso di inclusione delle persone con disabilità, e il lavoro ne diventa la conseguenza più visibile e duratura nell’età adulta. I dati mostrano una disuguaglianza profonda già nei primi anni di vita: il 43% dei bambini con disabilità tra i 6 e i 18 anni non sa leggere, contro il 3,7% dei coetanei senza disabilità; solo il 36% dei bambini con disabilità tra i 3 e i 5 anni frequenta la scuola dell’infanzia (68% tra i bambini senza disabilità), una quota che nelle aree rurali crolla all’11,7%. Le conseguenze si riflettono nel tempo: tra gli adulti con disabilità, uno su cinque non ha mai ricevuto alcuna istruzione, e tra le persone con disabilità congenita il dato raggiunge il 47%, con punte del 72% per chi ha disabilità del linguaggio. A determinare questo divario concorrono ostacoli strutturali e culturali che si rafforzano reciprocamente: scuole raramente accessibili e poco preparate all’inclusione nonostante gli obblighi introdotti dalla legge del 2016, servizi specializzati concentrati quasi esclusivamente nella capitale, distanze enormi che rendono difficile raggiungere gli istituti e un forte stigma sociale che si traduce in esclusione, discriminazione e violenza tra pari, subita dall’86% dei bambini con disabilità. In questo contesto, molti ragazzi interrompono il percorso scolastico precocemente, spesso per essere destinati al lavoro domestico o pastorale. Il risultato emerge con chiarezza nell’età adulta: nel 2023 solo il 16% delle persone con disabilità in età lavorativa risulta occupato, contro il 56,7% della popolazione generale. E anche quando il lavoro c’è, è spesso confinato in settori marginali e poco tutelati: solo il 22-23% ha un impiego dipendente retribuito e il salario medio si ferma a circa la metà di quello nazionale. Le persone con disabilità mentale e intellettiva affrontano le condizioni peggiori, con tassi di occupazione ancora più bassi. Nonostante una quota obbligatoria del 4% nelle aziende sopra i 25 dipendenti, l’applicazione della norma resta debole per carenza di controlli, incentivi e competenze sull’adattamento dei luoghi di lavoro. Alcune iniziative, come il progetto UNDP sostenuto dall’Unione Europea, hanno mostrato che percorsi di formazione mirata, accompagnamento delle aziende e mediazione lavorativa possono produrre risultati concreti e trasformare traiettorie individuali che sembravano già segnate. Ma, nel complesso, in Mongolia istruzione e lavoro continuano a rappresentare per molte persone con disabilità non diritti garantiti, bensì opportunità eccezionali ancora troppo dipendenti dal luogo in cui si nasce, dalle risorse familiari e dalla capacità del sistema di includere anziché escludere.

Aifo in Mongolia, 35 anni al fianco delle persone con disabilità

AIFO è presente in Mongolia dal 1991, quando il governo mongolo chiese all’organizzazione di avviare un programma a favore delle persone con disabilità in un paese che usciva appena dal comunismo sovietico e si affacciava alla democrazia quasi senza strumenti per farlo. Da quel momento è iniziato un lavoro lungo e paziente, costruito insieme alle comunità locali, alle famiglie, alle istituzioni. Il primo contributo concreto fu la traduzione delle linee guida dell’OMS sulla disabilità in mongolo: un piccolo libro, ma capace di cambiare la consapevolezza di molte persone. Nel tempo, poi, AIFO ha contribuito a portare i servizi riabilitativi direttamente nelle comunità, anche nelle province più remote, formando personale sanitario, insegnanti e famiglie, e sostenendo la nascita di organizzazioni gestite dalle stesse persone con disabilità.

Questo percorso ha prodotto risultati strutturali: nel 2009 la Mongolia ha ratificato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, nel 2016 ha adottato la sua prima legge nazionale in materia, e nel 2015 il programma di riabilitazione su base comunitaria, costruito proprio insieme ad AIFO in oltre vent’anni, è stato pienamente adottato dal governo, che oggi lo gestisce su scala nazionale.

AIFO in Mongolia: tutti i progetti

Ma l’impegno di AIFO in Mongolia è vivo ancora oggi e riguarda più fronti contemporaneamente, con un’attenzione crescente alle sfide più urgenti del presente. Dal 2025, infatti, sostiene un progetto dedicato alla presa in carico riabilitativa dei bambini con disabilità, per garantire che le cure arrivino il prima possibile, nelle fasi della vita in cui fanno più differenza. Sul fronte dei diritti, AIFO ha contribuito a costruire un sistema decentrato per raccogliere e gestire le denunce di abusi e violazioni nei confronti delle persone con disabilità: nel solo primo anno di attività ha già raccolto settanta segnalazioni, un dato che dice quanto il bisogno di protezione fosse reale e quanto poco fosse stato ascoltato fino ad ora. Dal 2025, inoltre, AIFO è riconosciuta come consulente tecnico del Parlamento mongolo sui temi della disabilità e questo permette di portare l’esperienza del territorio direttamente dentro i processi decisionali. C’è poi una dimensione nuova, quella del rapporto tra disabilità e cambiamenti climatici: in un paese dove gli inverni estremi, le siccità e le tempeste colpiscono con frequenza crescente, le persone con disabilità, soprattutto nelle aree rurali, sono tra le più esposte, con minori possibilità di muoversi, di proteggersi, di ricostruire. Per questo AIFO promuove un approccio che tiene insieme inclusione sociale e sostenibilità ambientale, coinvolgendo giovani con disabilità nella cura del territorio e sostenendo le famiglie nomadi più vulnerabili attraverso fondi rotativi di bestiame. Perché nessuno sia lasciato indietro, nemmeno quando il mondo cambia.

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