Il cambiamento climatico mette a rischio (anche) la salute

Il cambiamento climatico non riguarda solo l’ambiente ma anche la salute delle persone. L’OMS considera la crisi climatica una vera e propria crisi sanitaria, capace di aumentare malattie, vulnerabilità e disuguaglianze. Per contrastarla, propone un approccio integrato basato su tre pilastri: people, place e planet. E chiede a governi e società interventi urgenti: uscire dai combustibili fossili, rafforzare i sistemi sanitari, costruire città più sane e adottare politiche climatiche orientate alla giustizia e alla tutela della salute.

Il cambiamento climatico viene prevalentemente raccontato come una questione ambientale: ghiacciai che si sciolgono, ecosistemi fragili, estati più calde del previsto. Ma i suoi effetti vanno molto oltre ciò che è possibile osservare a occhio nudo e che riguarda l’ambiente in cui viviamo. Si tratta, infatti, di conseguenze che agiscono in profondità, modificando in modo silenzioso e progressivo i sistemi naturali, economici e sociali. Le ondate di calore, ad esempio, non mettono a rischio soltanto i raccolti, ma incidono sulla capacità di lavorare, di muoversi, di respirare. Allo stesso modo, le alluvioni non distruggono solo case e infrastrutture, ma interrompono anche servizi essenziali, contaminano l’acqua, mettono sotto pressione ospedali e infrastrutture già fragili. Ancora: la cattiva qualità dell’aria non impatta solo sull’ambiente, ma entra nei polmoni, nel sangue, nel cuore. Eppure, c’è un ambito che rimane spesso in ombra quando si parla di crisi climatica: la salute umana. L’idea che il clima possa influenzare il nostro benessere fisico e mentale è nota agli esperti, ma raramente entra nel dibattito pubblico con la forza che meriterebbe. È come se si continuasse a considerare il clima come qualcosa di esterno rispetto all’essere umano. In realtà, come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cambiamento climatico è già oggi una delle più grandi minacce alla salute globale. Colpisce ogni aspetto della vita sulla terra: l’aria, l’acqua, il cibo, i luoghi. Lo fa in modi diretti (con eventi estremi sempre più frequenti) e in modi indiretti, spesso meno visibili ma altrettanto pericolosi. Riconoscere questa connessione è il primo passo per affrontare la crisi climatica per ciò che è davvero: non solo una questione ambientale, ma una questione umana. E, soprattutto, sanitaria.

La crisi climatica come crisi sanitaria: la posizione dell’OMS

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quindi, non ci sono più dubbi: la crisi climatica è una crisi sanitaria. Non è una metafora, né un modo per attirare attenzione. È una constatazione basata su evidenze scientifiche, dati epidemiologici, analisi economiche e osservazioni dirette raccolte in ogni continente. Il clima che cambia non è soltanto un fattore ambientale: è un determinante della salute, capace di influenzare la durata e la qualità della vita delle persone, di aggravare malattie già diffuse e di crearne di nuove.

Nel suo ultimo rapporto presentato alla COP29, l’OMS sostiene che gli effetti del cambiamento climatico sono già misurabili: aumenti di mortalità durante le ondate di calorediffusione accelerata di malattie infettivedanni alle infrastrutture sanitarie durante tempeste e alluvioni, peggioramento della qualità dell’ariacrisi idrica e alimentare che colpiscono milioni di persone. Non si tratta di scenari futuri: sono fenomeni che stanno accadendo adesso.

Per tutte queste ragioni, secondo l’OMS, la salute dovrebbe diventare il baricentro delle politiche climatiche. Anche perché mettere il benessere umano al centro rende l’azione climatica più concreta, più urgente e più comprensibile. Più nel dettaglio, l’OMS sottolinea tre aspetti fondamentali:

  • la dipendenza dai combustibili fossili è una minaccia sanitaria: l’inquinamento atmosferico uccide milioni di persone ogni anno e rappresenta uno dei principali driver delle malattie croniche;
  • le popolazioni più vulnerabili sono anche le più colpite: bambini, anziani, persone con malattie croniche, comunità povere, lavoratori esposti al caldo pagano il prezzo più alto, pur avendo contribuito meno alla crisi;
  • i sistemi sanitari non sono pronti: molti Paesi non hanno strutture, personale o tecnologie in grado di gestire le conseguenze degli shock climatici sempre più frequenti.

Da qui nasce una presa di posizione molto netta: salvare il clima significa salvare vite umane. E ogni politica climatica efficace è anche una politica sanitaria: ridurre le emissioni significa ridurre malattie cardiache e respiratorie, proteggere la biodiversità significa contenere il rischio di nuove zoonosi, adattare le città significa prevenire migliaia di ricoveri durante le ondate di calore. Nella concezione dell’OMS, quindi, la crisi climatica non è un problema “di nicchia”, per tecnici o ambientalisti, ma è una delle principali sfide di salute pubblica del nostro tempo, e va affrontata con la stessa determinazione con cui si affrontano le grandi emergenze sanitarie globali.

Quali sono i rischi per la salute umana derivanti dal riscaldamento globale?

Andando nel dettaglio dei rischia a cui il riscaldamento globale espone le persone, è possibile distinguerli in diretti e indiretti.

rischi diretti riguardano soprattutto il caldo estremo e gli eventi meteorologici intensi. Le ondate di calore aumentano ricoveri e morti premature, aggravano malattie cardiache e respiratorie, mettono in pericolo lavoratori esposti e persone fragili. Tempeste, alluvioni e incendi provocano feriti e vittime, danneggiano ospedali e infrastrutture essenziali, interrompono l’accesso all’acqua, all’energia e ai servizi sanitari proprio nei momenti di maggiore necessità.

Ai rischi immediati si sommano quelli indiretti, più difficili da percepire ma spesso più duraturi. Il cambiamento climatico peggiora la qualità dell’aria, favorendo asma e patologie croniche; riduce la disponibilità di acqua potabile e compromette la produzione alimentare, con conseguenze su malnutrizione e sicurezza nutrizionale. Temperature più alte e nuovi equilibri ecologici spostano i vettori di malattie (come zanzare e zecche) verso aree prima non colpite, ampliandone la diffusione.

A tutto questo si aggiungono le già menzionate ricadute sociali: comunità costrette a migrare dopo siccità o alluvioni, perdita di mezzi di sostentamento, aumento della povertà e dello stress psicologico. In molti Paesi, poi, tutti questi fattori si sommano, generando crisi multiple che mettono sotto pressione sistemi sanitari già fragili. Ed è proprio questa sovrapposizione di minacce a rendere il riscaldamento globale un rischio sistemico per la salute.

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Quali sono le malattie legate al cambiamento climatico?

Come detto, quindi, il cambiamento climatico non genera nuove patologie, ma amplifica e sposta quelle esistenti, rendendo molte malattie più frequenti, più gravi o presenti in territori dove prima non erano diffuse. L’OMS descrive questo fenomeno come un “moltiplicatore epidemiologico”: caldo, umidità, eventi estremi e nuovi equilibri ecologici favoriscono condizioni ideali per la diffusione di virus, batteri, parassiti e vettori.

Il primo gruppo di malattie interessate è quello respiratorio e cardiovascolare: caldo intenso, incendi e inquinamento aggravano asma, BPCO, scompensi cardiaci e ictus. Aumentano anche le infezioni trasmesse dall’acqua contaminata dopo alluvioni o siccità, come diarree acute, colera ed epatiti.

Il cambiamento più significativo, però, riguarda le malattie trasmesse da vettori, tra cui molte malattie tropicali neglette (NTD), particolarmente sensibili alle variazioni climatiche. Temperature più alte e stagioni delle piogge irregolari modificano la distribuzione geografica di zanzare, zecche, mosche e altri insetti, permettendo ai vettori di sopravvivere in aree dove prima non erano presenti.

Tra le NTD più influenzate dal clima troviamo:

  • dengue, chikungunya, Zika e febbre gialla, che si stanno espandendo verso latitudini temperate;
  • malaria, con casi crescenti dopo eventi di piogge intense o alluvioni;
  • leptospirosi, favorita dall’allagamento di zone urbane;
  • schistosomiasi e altre parassitosi, legate alle variazioni delle temperature delle acque;
  • leishmaniosi, che si espande con l’aumento delle temperature notturne e la migrazione dei flebotomi.

Infine, non vanno dimenticati gli impatti sulla salute mentale e sulla nutrizione: caldo, insicurezza alimentare e perdita del raccolto aumentano ansia, depressione e malnutrizione, soprattutto nei bambini.

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Salvare il clima per salvare le persone: l’approccio PEOPLE-PLACE-PLANET

Nel suo Special Report presentato alla COP29, l’OMS propone un modello chiaro per comprendere e affrontare gli impatti sanitari del cambiamento climatico: l’approccio PEOPLE–PLACE–PLANET. Non si tratta solo di un quadro teorico, ma di una strategia operativa che mette la salute al centro delle politiche climatiche, trasformando la crisi in un’occasione per costruire società più eque, resilienti e sostenibili.

  • PEOPLE – La salute come punto di partenza. L’azione climatica deve partire dalle persone, proteggendo i gruppi più vulnerabili, garantendo equità e diritti e costruendo sistemi sanitari capaci di resistere agli shock climatici e di ridurre le emissioni generate dal settore sanitario stesso
  • PLACE – Gli ambienti come determinanti di salute. Città, infrastrutture, sistemi idrici, trasporti e habitat naturali sono elementi essenziali per la salute pubblica. Le città, che ospitano oltre metà della popolazione mondiale e generano più del 70% delle emissioni, sono indicate dall’OMS come “luoghi chiave per sbloccare i co-benefici per la salute e il clima” grazie a trasporti non inquinanti, spazi verdi, edifici efficienti, gestione sostenibile dei rifiuti e sistemi idrici resilienti. Allo stesso tempo, la natura è “la base della nostra salute”, perché garantisce aria pulita, cibo, protezione dalle malattie e stabilità dei sistemi alimentari.
  • PLANET – Economia e governance al servizio del benessere. La terza dimensione riguarda la trasformazione dei modelli economici e decisionali. L’OMS sottolinea l’urgenza di “rimodellare i sistemi finanziari e di governance per le persone e il pianeta”, abbandonando progressivamente i combustibili fossili, rimuovendo i sussidi che li incentivano e costruendo economie orientate al benessere, non all’estrazione di risorse. Una governance più inclusiva permette alle comunità di partecipare alle scelte che riguardano il loro futuro e garantisce interventi efficaci su mitigazione, adattamento e gestione delle perdite e dei danni.

La conclusione dell’OMS è netta: salvare il clima significa salvare le persone. Ogni politica capace di ridurre le emissioni, migliorare gli ambienti di vita e rafforzare i sistemi sanitari produce benefici immediati: aria più pulita, meno malattie, maggiore sicurezza alimentare, comunità più resilienti. È questa visione integrata che può guidare governi e società verso un futuro più sano, più giusto e più vivibile per tutti.

Le risposte possibili: cosa chiede l’OMS ai governi e alla società

Nel suo Special Report alla COP29, l’OMS è molto chiara: per proteggere la salute globale serve un cambio di rotta immediato. La crisi climatica sta già causando malattie, morti premature e pressioni crescenti sui sistemi sanitari. Per questo, l’OMS chiede ai governi e alla società un’azione rapida, coordinata e fondata sul principio che salvare il clima significa salvare le persone.

  • Uscire dai combustibili fossili. La priorità è ridurre drasticamente le emissioni. L’OMS definisce i combustibili fossili una minaccia diretta per la salute e chiede una loro progressiva eliminazione, insieme alla fine dei sussidi pubblici che ne favoriscono l’uso. Ridurre l’inquinamento significa ridurre subito malattie cardiache, respiratorie e milioni di morti premature.
  • Rafforzare i sistemi sanitari. Servono strutture sanitarie capaci di reggere ondate di calore, alluvioni, incendi e blackout. L’OMS invita i Paesi a investire in ospedali resilienti, alimentati da energia pulita e dotati di piani di continuità. È necessario anche formare il personale sanitario sulle nuove minacce legate al clima e ampliare la forza lavoro in aree vulnerabili.
  • Integrare la salute in tutte le politiche climatiche. La salute deve diventare un indicatore chiave nei piani nazionali di mitigazione e adattamento. Ogni scelta — dai trasporti all’urbanistica, dall’agricoltura alla gestione delle acque — deve essere valutata anche per i suoi effetti sanitari.
  • Finanziare l’adattamento e sostenere i Paesi più fragili. Molti Paesi affrontano gli impatti peggiori pur avendo contribuito meno alle emissioni. L’OMS chiede nuovi finanziamenti per migliorare la resilienza sanitaria, rispondere alle emergenze e affrontare le perdite e i danni irreversibili, inclusi quelli che riguardano infrastrutture, salute mentale e servizi essenziali.
  • Rendere le città più sane e i sistemi alimentari più sostenibili. Mobilità pulita, spazi verdi, abitazioni efficienti, gestione dei rifiuti e alimentazione meno dipendente da produzioni ad alta impronta climatica sono indicati come interventi prioritari. Generano co-benefici immediati per la salute e riducono le emissioni.
  • Una governance più inclusiva. Infine, l’OMS invita a decisioni più partecipate e orientate alla giustizia. Le comunità devono essere coinvolte, così come giovani, popolazioni indigene e operatori sanitari. Solo così le politiche possono diventare efficaci, eque e realmente trasformative.

Leggi anche l’approfondimento sull’OMS

 

Immagine copertina: foto di Markus Spiske su Unsplash

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