Guerra in Palestina, cronaca di un genocidio che interroga la coscienza di tutti

La guerra tra Israele e Hamas, che ormai va avanti da quasi due anni, si sta rivelando per ciò che è: un vero e proprio genocidio ai danni del popolo palestinese. Gaza è ormai rasa al suolo, come dimostrano anche alcune foto che circolano a livello internazionale. La Striscia è sottoposta a bombardamenti costanti, stretta nella morsa della fame e sotto minaccia di occupazione da parte delle truppe israeliane. Gli aiuti umanitari fanno fatica ed entrare, mentre le operazioni militari dell’IDF non risparmiano i civili, soprattutto bambini, anche quelli in fila per ricevere acqua e cibo.

Anche David Grossman, scrittore e intellettuale israeliano di fama mondiale, in una recente intervista uscita sulla stampa italiana, seppur tra mille sofferenze, ha scelto di utilizzare la parola genocidio per parlare di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Il territorio palestinese è infatti assediato e bombardato da quasi due anni dall’esercito di Israele, impegnato in uno scontro sanguinoso con Hamas, dopo gli attentati subiti il 7 ottobre 2023, che hanno portato all’uccisione di oltre 1200 israeliani (tra civili e soldati) e alla cattura di 250 ostaggi (di cui 50 ancora oggi detenuti). Le parole di Grossman sono state poi condivise da molti altri esponenti della comunità ebraica, come la storica e scrittrice italiana Anna Foa, e hanno avuto ampia eco internazionale. È il segno che in Palestina è stata varcata una soglia di orrore insopportabile e che la tragedia in corso interroga la coscienza di tutti, ovunque. Lo confermano anche le parole nette e forti pronunciate dall’Arcivescovo Card. Matteo Zuppi e del Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, Daniele De Paz:

Noi, rappresentanti delle comunità cristiana ed ebraica a Bologna, figli dell’Unico Dio pacifico e misericordioso, riconoscendoci Fratelli tutti, uniamo la nostra voce consapevoli della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci unisce come credenti e come cittadini.

La situazione oggi a Gaza: tra bombardamenti, carestia e minacce di occupazione

Ma qual è la situazione attuale nella Striscia di Gaza? Gli aggiornamenti sono (purtroppo) continui ma quello che si può senza dubbio affermare è che Gaza si trova in uno stato di devastazione umanitaria senza precedenti. La Striscia non è solo un teatro di guerra ma è l’epicentro di un collasso umano, sociale e istituzionale che rischia di essere irreversibile.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), oltre l’80% della popolazione è stata costretta a sfollare almeno una volta a causa delle operazioni militari israeliane che si sono progressivamente estese da nord a sud, fino a coinvolgere anche Rafah, l’ultimo rifugio per centinaia di migliaia di civili. Inoltre, le infrastrutture civili sono state sistematicamente colpite. L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala che il sistema sanitario è al collasso: mancano medicinali salvavita, carburante per i generatori ospedalieri, incubatrici funzionanti, anestetici, sacche di sangue. I pochi ospedali ancora attivi operano in condizioni disperate, spesso senza sterilizzazione, elettricità o acqua corrente. L’accesso all’acqua potabile è limitato a meno di 2 litri al giorno per persona e la diffusione di malattie infettive sta aumentando, aggravata dalle condizioni igieniche disastrose e dal sovraffollamento degli insediamenti informali.

Anche sul piano alimentare, la situazione è drammatica. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e la FAO hanno classificato la crisi come una carestia imminente. Secondo il sistema integrato di classificazione della sicurezza alimentare (IPC), l’intera popolazione di Gaza, composta da oltre 2 milioni di persone, si trova in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con alcune aree già entrate in fase 5, ossia carestia conclamata.

Oltre all’emergenza umanitaria, poi, si fanno sempre più espliciti i segnali di un cambiamento politico-militare sul territorio. L’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione per le dichiarazioni di alcuni membri del governo israeliano che evocano scenari di rioccupazione permanente della Striscia. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ricordato che qualsiasi annessione o controllo militare protratto di un territorio occupato costituisce una grave violazione del diritto internazionale. Eppure, ad inizio agosto, il premier israeliano Netanyahu ha ufficialmente annunciato la volontà di occupare la Striscia.

Quante vittime ha causato la guerra a Gaza? L’impossibile conteggio dei morti e dei feriti

In questo scenario estremamente precario è praticamente impossibile avere dati certi sui morti e i feriti che il conflitto tra Israele e Palestina ha causato fino ad oggi. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute (MoH) di Gaza, tra il 7 ottobre 2023 e il 16 luglio 2025 sono stati uccisi almeno 58.573 palestinesi e 139.607 sono rimasti feriti. In almeno la metà dei casi si tratta di donne e bambini. Queste cifre, pur basate su rilevazioni quotidiane da parte delle strutture sanitarie locali e riportate anche dall’ONU, sono da tempo oggetto di tentativi di delegittimazione politica (il Ministero è infatti gestito da Hamas). Tuttavia, agenzie internazionali come OCHA e OMS continuano a considerarle le fonti più complete e affidabili disponibili in un contesto in cui l’accesso indipendente al territorio è estremamente limitato, le comunicazioni sono spesso interrotte, e molti corpi restano sepolti sotto le macerie o non identificati. Il vero bilancio, dunque, potrebbe essere ancora più grave. Il numero dei dispersi, dei morti non registrati e delle vittime indirette (per mancanza di cure, fame o traumi non trattati) è impossibile da stimare con precisione, ma contribuisce a delineare una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia recente del lunghissimo conflitto israelo-palestinese.

Aiuti umanitari in Palestina: la difficoltà di risposta all’emergenza

Una catastrofe su cui però è difficilissimo intervenire. Infatti, nonostante le dichiarazioni ufficiali e le pressioni della comunità internazionale, l’accesso umanitario a Gaza rimane estremamente limitato, quando non del tutto bloccato. Secondo OCHA, gli aiuti che riescono a entrare rappresentano una frazione minima del fabbisogno della popolazione. I principali valichi di ingresso sono spesso chiusi o soggetti a lunghi controlli, ritardi arbitrari e restrizioni imposte dalle autorità israeliane. L’UNRWA, principale agenzia dell’ONU operante sul campo, ha denunciato non solo impedimenti burocratici e logistici, ma anche attacchi diretti ai propri magazzini, scuole e convogli. In diverse occasioni, i camion carichi di aiuti sono stati saccheggiati o colpiti prima della distribuzione. Le condizioni di sicurezza sono tali che molte organizzazioni umanitarie hanno dovuto sospendere o ridurre drasticamente le attività, lasciando oltre due milioni di persone senza supporto adeguato. Paradossalmente, appena fuori Gaza (o anche dentro la stessa città), nei magazzini tonnellate di cibo, acqua pulita, forniture mediche, rifugi e carburante giacciono inutilizzati. Questo quadro gravissimo ha portato l’ONU a lanciare più volte l’allarme: senza un accesso pieno, sicuro e sostenuto per gli aiuti umanitari, Gaza rischia non solo una carestia estesa, ma un collasso totale della vita civile.

La mobilitazione internazionale per un cessate il fuoco a Gaza

Di fronte alla devastazione di Gaza, cresce la pressione della società civile globale per un cessate il fuoco immediato e permanente, che ponga fine all’assedio e apra finalmente alla possibilità di una risposta umanitaria degna di questo nome. Le prese di posizione in tal senso di moltiplicano da mesi. Recentemente, ad esempio, oltre 100 organizzazioni non governative hanno lanciato appelli congiunti ai governi, denunciando non solo l’entità della crisi, ma l’assoluta inadeguatezza dell’attuale risposta politica. Un appello a cui anche Focsiv, la federazione a cui AIFO aderisce, ha  scelto di sostenere, nella convinzione che ciò a cui stiamo assistendo a Gaza non è una crisi umanitaria, ma di un conflitto che usa la fame come arma. È tempo di pretendere dalla comunità internazionale passi concreti:

  • l’immediata fine dell’assedio e la firma di un accordo per il cessate il fuoco;
  • l’apertura di tutti i valichi di terra;
  • il ripristino del pieno flusso di aiuti umanitari;
  • l’accesso pieno per tutti gli operatori civili;
  • il rifiuto di modelli di distribuzione militarizzati;
  • il ripristino di una risposta guidata dalle Nazioni Unite, sostenuta da organizzazioni imparziali.

L’inazione è una scelta. Continuare a osservare senza intervenire equivale a rendersi complici di una catastrofe annunciata. Le ONG hanno fatto la loro parte: ora tocca agli Stati.

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Foto di copertina: Palestinians Gather to Receive Food from Charity Organization© Tayiba Photography

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