Intersezionalità, una visione complessa per sciogliere i grovigli di discriminazioni

Il concetto di intersezionalità nasce per dare contezza del carattere spesso complesso e stratificato delle discriminazioni. Le persone più fragili subiscono infatti più forme di marginalizzazione, basate sul sesso, sulla nazionalità, sull’orientamento sessuale, sul reddito. Tenere in considerazione questa molteplicità è necessario per rendere davvero efficaci gli interventi sociali.

Negli ultimi decenni, fortunatamente, il modo in cui parliamo di discriminazioni è cambiato profondamente. Si è fatto più articolato, più strutturato, più rispettoso dei trascorsi di ogni singola persona. Se un tempo si tendeva a considerare le diverse forme di esclusione (sessismo, razzismo, omofobia, disabilità) come fenomeni separati e distinti, oggi c’è una maggiore consapevolezza del fatto che le esperienze delle persone sono invece molto più complesse, pluridimensionali. È un segno (positivo) dei tempi: cresce la sensibilità verso le ingiustizie e parallelamente cresce la capacità di leggerle e di parlarne. Una delle prove più evidenti di questo cambiamento è la diffusione del concetto di intersezionalità, che è germogliato nell’alveo pensiero femminista per poi travalicarne i confini e diventare un pilastro nelle ricerche di tipo sociologico, psicologico, pedagogico che riguardano il fenomeno della discriminazione in tutte le sue forme. Però, se è vero che a livello accademico il concetto di intersezionalità ha ormai un posto di grande rilievo, molto meno forte è la sua presenza e la sua conoscenza nel linguaggio comune. Per comprendere meglio la portata del pensiero intersezionale, quindi, ne vanno prima conosciuti bene contorni e contenuti.

Cosa significa intersezionalità?

In parole estremamente semplici, l’intersezionalità può essere definita come la presenza simultanea di più forme di discriminazione in capo ad una medesima persona. Questo significa che alcune persone non vengono discriminate per un solo motivo, ma perché appartengono a più categorie che la società tende a marginalizzare. Riconoscere questa pluralità è oggi un passo fondamentale per costruire politiche più giuste e inclusive. Un esempio concreto può essere chiarificatore. Una donna bianca può subire sessismo. Un uomo nero può subire razzismo. Ma una donna nera può subire sia sessismo che razzismo insieme, in modi che non sono spiegabili solo da una delle due discriminazioni prese separatamente e che trascendono anche la loro semplice somma.

Le origini e lo sviluppo del pensiero intersezionale

Il concetto di intersezionalità nasce nel contesto del pensiero femminista afroamericano, introdotto alla fine degli anni ’80 dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw. Osservando come le donne nere venissero sistematicamente escluse sia dai discorsi antirazzisti che da quelli femministi, Crenshaw coniò il termine intersectionality per descrivere il modo in cui le diverse forme di oppressione si intrecciano, creando esperienze specifiche che non possono essere comprese isolando una sola variabile alla volta. Il pensiero intersezionale si è sviluppato così come una lente critica, capace di far emergere ciò che spesso viene invisibilizzato nei discorsi pubblici e nelle analisi sociali.

Negli anni successivi, molte altre autrici hanno contribuito a rafforzare e articolare la visione intersezionale. La sociologa Patricia Hill Collins ha ampliato il campo dell’intersezionalità applicandolo anche alle classi sociali e all’orientamento sessuale, connettendo l’analisi teorica alle pratiche quotidiane di resistenza. Allo stesso tempo, la scrittrice e attivista bell hooks, con il suo stile diretto e politico, ha posto al centro la questione del potere e delle disuguaglianze strutturali, ricordando che il femminismo deve essere sempre inclusivo e radicalmente antirazzista. Un contributo importante è arrivato anche dalla filosofa e attivista brasiliana Carla Akotirene, che ha offerto una rielaborazione del concetto in chiave decoloniale e afrocentrata, sottolineando come l’intersezionalità non sia solo uno strumento teorico di analisi ma una forma concreta di resistenza politica, che nasce dai corpi e dai territori marginalizzati. Infine, in ambito italiano, si può identificare in Michela Murgia l’intellettuale che ha maggiormente contribuito a portare il discorso intersezionale all’interno del dibattito pubblico e culturale, dandogli grande visibilità. La scrittrice ha infatti sottolineato più volte quanto le lotte per i diritti debbano tenere conto delle tante identità che convivono in ciascuna persona.

Nel tempo, dunque, l’intersezionalità è passata dall’essere una riflessione specifica del femminismo nero americano a diventare una chiave di lettura fondamentale per chiunque voglia affrontare con serietà e profondità il tema delle disuguaglianze sociali.

Il femminismo intersezionale

È innegabile, però, che il pensiero femminista rimanga il terreno di elezione per l’applicazione della visione intersezionale, tanto che si parla esplicitamente di femminismo intersezionale. Questo approccio nasce dalla consapevolezza che non esiste un’unica esperienza universale dell’essere donna. Le condizioni sociali, culturali, economiche e razziali influiscono profondamente sul modo in cui ciascuna persona vive la propria identità di genere. Una donna bianca e benestante, ad esempio, non affronta le stesse difficoltà di una donna migrante, precaria o appartenente a una minoranza religiosa. Il femminismo intersezionale, quindi, rifiuta l’idea di un soggetto femminile unico e indivisibile, e si costruisce piuttosto come una rete di lotte che riconoscono e accolgono le differenze. Non si tratta semplicemente di aggiungere nuove cause al femminismo tradizionale ma di mettere in discussione le gerarchie interne e allargare lo sguardo ai meccanismi strutturali che producono oppressione. Il femminismo intersezionale è perciò un femminismo che pretende giustizia anche per chi è stato messo ai margini delle rivendicazioni storiche: le donne nere, le donne trans, le donne con disabilità, le donne povere, le donne migranti.

Dall’odio intersezionale all’intersezionalità delle lotte

In questo senso, l’intersezionalità non è solo una teoria, ma anche una pratica politica e relazionale. Un metodo per costruire alleanze senza cancellare le differenze, per lottare insieme, contrastando in modo più efficace l’odio intersezionale, che colpisce con più violenza chi si trova all’incrocio di più fragilità sociali.

È qui che risiede la forza dell’approccio intersezionale: nella capacità di tenere insieme molteplicità e giustizia, senza semplificare e senza escludere. Per questo motivo, l’intersezionalità non può essere solo uno strumento per comprendere le disuguaglianze: deve diventare una chiave per costruire alleanze. Se l’odio unisce le oppressioni, le lotte per i diritti devono fare altrettanto. Serve un’intersezionalità “praticata”, capace di mettere in rete associazioni e movimenti che lavorano su concreti progetti per contrastare le discriminazioni di ogni genere. Non per diluire le differenze, ma per riconoscere che ogni battaglia per la giustizia è incompleta se lascia indietro qualcuno. L’intersezionalità delle lotte è quindi la risposta politica all’intersezionalità dell’oppressione. È la scelta consapevole di costruire spazi più accoglienti, linguaggi più attenti, pratiche più giuste. È la sfida di non farsi guerra tra margini, ma di trovare nei margini stessi un punto di forza comune.

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