Mortalità materna nel mondo: dati, cause e obiettivi per salvare le donne durante gravidanza e parto

Ogni giorno, oltre 700 donne muoiono nel mondo per complicanze legate alla gravidanza o al parto, spesso per cause evitabili (fonte: OMS). La mortalità materna è una delle più gravi ingiustizie sanitarie globali: colpisce soprattutto chi vive nei paesi più poveri, lontano dai servizi, senza tutele e supporto. In questo approfondimento, analizziamo i dati più recenti, le cause principali di morte, le enormi disuguaglianze tra paesi, e gli obiettivi internazionali per porre fine a questa tragedia silenziosa entro il 2030.

In un mondo in cui la medicina moderna offre strumenti efficaci per assistere ogni gravidanza e parto, oltre 700 donne al giorno continuano a morire per cause evitabili collegate proprio alla maternità. Non si tratta di incidenti imprevedibili o fatalità, ma di emorragie non trattate, infezioni trascurate, complicanze gestibili, aborti clandestini. Nella maggior parte dei casi, queste morti avvengono lontano dagli ospedali, senza personale qualificato accanto, senza farmaci, né trasporti, né diritti. La mortalità materna è uno specchio impietoso delle disuguaglianze globali: riflette il divario tra chi può contare su un sistema sanitario solido e chi no, tra chi ha voce e chi viene lasciato ai margini. Lo dimostra anche una delle tante storie che, come AIFO, abbiamo raccolto durante i nostri progetti a sostegno della salute materna.

La storia di Ciana Damiao, ad esempio, una ragazza che vive nel nord del Mozambico e che a 22 anni ha già tre figli. Le prime due gravidanze le ha affrontate sottoponendosi a un’unica visita di controllo, a inizio gestazione, poi più niente, per volere della famiglia, che ha scelto di farle seguire delle pratiche tradizionali. Di quei due parti, Ciana ricorda bene le molte difficoltà e i dolori intensi, con la famiglia che la costrinse a consumare medicine tradizionale per accelerare il travaglio. A causa di questo, entrambi i parti sono stati complicati, la ragazza ha sofferto di emorragie e ha perso conoscenza. Fortunatamente, durante la sua terza gravidanza, è stata sensibilizzata dai Membri del comitato di salute, formati da AIFO, e ha eseguito tutte le visite e i controlli necessari e possibili. Questo le ha permesso di verificare lo stato di salute suo e del nascituro per tutta la gestazione. I Membri del comitato di salute l’hanno seguita fino al parto, e la sua infermiera di riferimento, Linde Health Unit, ha continuato ad occuparsi di lei e del bambino in tutte le visite, anche dopo.

Leggi anche l’approfondimento sulla mortalità infantile

Le statistiche sulla mortalità materna: quante donne al mondo muoiono in gravidanza o durante e dopo il parto?

Ogni anno, nel mondo, circa 260.000 donne muoiono per cause legate alla gravidanza, al parto o alle complicanze post-partum. Si tratta, come anticipato, di una media di oltre 700 decessi al giorno, molti dei quali completamente evitabili. Il tasso di mortalità materna a livello mondiale (MMR) è di 234 decessi ogni 100.000 nati vivi, secondo le stime aggiornate delle Nazioni Unite pubblicate nel 2023. Questo significa che, in media, una donna ogni 84 gravidanze rischia la vita nel dare alla luce un figlio. Le donne muoiono per emorragie non trattate, infezioni post-partum, complicazioni come l’eclampsia, o per aborti non sicuri, spesso in condizioni di clandestinità.

Queste cifre, però rappresentano la media mondiale. Le differenze regionali e nazionali sono enormi. Purtroppo, infatti, la mortalità materna resta oggi una delle espressioni più gravi delle disuguaglianze sanitarie, sociali ed economiche che colpiscono le donne nei paesi a basso e medio reddito. Questo significa che morire di gravidanza o di parto non è solo un problema medico ma una questione di diritti, di accesso ai servizi, di autonomia e di giustizia.

La regione dove il problema è maggiore è, senza dubbio, l’Africa subsahariana, dove il tasso medio è di 545 morti materne ogni 100.000 nati vivi, più del doppio della media mondiale. Questa zona del mondo, da sola, concentra il 70% dei decessi materni globali. In Africa occidentale, il dato è ancora più drammatico e il tasso di mortalità sale a 645, con una probabilità di morte di una donna ogni 25 gravidanze. Nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, si registrano ogni anno 22.000 decessi materni, in Etiopia 10.000, in Tanzania 5.000, in Nigeria addirittura 82.000, quasi un terzo del totale globale. E anche se il numero assoluto di decessi è in parte influenzato dalla dimensione della popolazione, questi dati raccontano una storia chiara: nei paesi più fragili, segnati da povertà diffusa, sistemi sanitari deboli, conflitti armati e discriminazione di genere, la maternità può ancora essere una condanna a morte.

All’estremo opposto si trovano le regioni con i tassi più bassi al mondo. In Australia e Nuova Zelanda, il tasso di mortalità materna è di 3 decessi ogni 100.000 nati vivi, pari a un rischio di morte di una donna ogni 11.000 gravidanze. In  Europa e in Nord America il tasso è di 13 morti ogni 100.000 nati vivi, con una probabilità media di una morte ogni 5.900 gravidanze. In Europa occidentale, il tasso scende addirittura sotto i 5 decessi. Questi squilibri testimoniano quanto siano fondamentali, per fare la differenza, elementi come la presenza di personale ostetrico qualificato, l’accesso tempestivo a strutture sanitarie di qualità, l’assistenza post-partum, la pianificazione familiare e le leggi che tutelano la salute riproduttiva delle donne. Non è un caso che in queste regioni l’accesso universale alle cure, la parità di genere e l’emarginazione delle donne siano realtà più consolidate.

Ci sono poi regioni che si collocano in una fascia intermedia, con risultati migliorati rispetto al passato ma ancora lontani dai target internazionali:

  • America Latina e Caraibi: rischio di morte per 1 donna ogni 790 gravidanze;
  • Asia orientale e sudorientale: rischio di morte per 1 donna ogni 1.380 gravidanze;
  • Asia centrale e meridionale: rischio di morte per 1 donna ogni 410 gravidanze.

In queste zone i miglioramenti sono tangibili, soprattutto nelle aree urbane e tra le classi più abbienti. Tuttavia, persistono gravi disuguaglianze interne: tra città e aree rurali, tra le donne con istruzione e quelle non alfabetizzate, tra comunità indigene ed etnie che rappresentano la maggioranza degli abitanti di un paese. In molti Stati sudamericani o asiatici, infatti, il tasso può variare enormemente da una regione all’altra o addirittura tra gruppi etnici nello stesso territorio.

Quali sono le principali cause di morte legate alla maternità?

Queste evidenze sulle disuguaglianze che caratterizzano la mortalità materna nel mondo rendono chiaro quanto si tratti di un fenomeno che non è frutto del caso ma è il risultato di cause note, prevenibili e curabili, che diventano fatali solo quando i sistemi sanitari falliscono nel garantire assistenza tempestiva, qualificata e accessibile. Secondo le ultime analisi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le cause dirette e indirette della mortalità materna si possono suddividere in cinque grandi categorie principali.

Emorragie gravi (soprattutto post-partum). Sono la causa numero uno delle morti materne a livello globale. L’emorragia può avvenire durante il parto, ma, più spesso, subito dopo. Senza un intervento medico tempestivo, come la somministrazione di ossitocina, la compressione uterina o un intervento chirurgico, l’emorragia può portare rapidamente allo shock e alla morte. È particolarmente letale nei contesti dove le donne partoriscono in casa o in strutture prive di sangue disponibile e personale esperto.

  1. Infezioni (sepsi post-partum). Le infezioni dopo il parto, spesso legate a condizioni igieniche precarie o a interventi ostetrici mal condotti, rappresentano un’altra importante causa di morte. In assenza di antibiotici, diagnosi rapide e personale formato, anche un’infezione trattabile può degenerare rapidamente. Il rischio aumenta notevolmente nei contesti rurali, nei campi profughi e in situazioni di emergenza umanitaria.
  2. Disturbi ipertensivi della gravidanza (preeclampsia ed eclampsia). Questi disturbi possono colpire anche donne giovani e in salute, provocando crisi ipertensive, convulsioni, danni a fegato e reni e, nei casi più gravi, la morte. La preeclampsia può essere rilevata con semplici controlli della pressione e delle urine durante la gravidanza: la sua letalità è legata principalmente alla mancanza di visite prenatali regolari.
  3. Complicanze da parto ostruito o travaglio prolungato. Quando il parto si blocca e la donna non ha accesso a un taglio cesareo d’emergenza o a una gestione ostetrica competente, si rischiano danni gravi o letali sia per la madre che per il bambino. Il parto ostruito è ancora una causa frequente di morte nelle aree dove mancano strutture attrezzate e vie di evacuazione rapide.
  4. Aborto non sicuro. Si stima che 1 decesso materno su 10 sia legato a complicanze da aborti non sicuri: eseguiti in ambienti non sterilizzati, da personale non qualificato o con metodi pericolosi. È una delle principali cause di morte materna nei paesi dove l’aborto è illegale o fortemente limitato, e colpisce soprattutto le donne più giovani, povere o isolate.
  5. Cause indirette. Consistono in malattie preesistenti o aggravate dalla gravidanza, come anemia grave, tubercolosi, malaria, HIV, diabete o malattie cardiache. In contesti fragili, queste condizioni non vengono diagnosticate in tempo, né gestite in modo adeguato durante la gravidanza.

Adottando una prospettiva d’insieme, però, si può arrivare a una conclusione tanto semplice quanto importante: la vera causa strutturale e trasversale di mortalità materna è la mancanza di accesso a servizi sanitari completi, tempestivi e di qualità. Una donna può morire per una causa banale, ma solo se viene lasciata sola. Non basta sapere come si muore: bisogna garantire che le donne abbiano accanto qualcuno in grado di salvarle. Questo richiede personale formato, farmaci, ambulanze, sale parto, sangue disponibile, ma soprattutto una volontà politica chiara e investimenti mirati.

Gli obiettivi internazionali e gli strumenti per combattere la mortalità materna

Fortunatamente, dopo decenni di sottovalutazione, la salute materna (così come quella neonatale) è stata finalmente riconosciuta come un pilastro fondamentale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030. In particolare, il target SDG 3.1 punta a ridurre la mortalità materna globale a meno di 70 decessi ogni 100.000 nati vivi. Questo significherebbe salvare circa 1 milione di donne entro il 2030. Il problema, però, è che oggi il mondo è ancora fuori traiettoria rispetto a questi ambiziosi obiettivi. Le proiezioni ufficiali, infatti, indicano che, per centrare i traguardi entro la fine del decennio in corso, sarebbe necessaria una riduzione media annua dell’11,6% del tasso di mortalità materna. Una cifra molto superiore al tasso attuale di miglioramento, se si considera che tra il 2010 e il 2020, ad esempio, la mortalità materna è diminuita in media solo dell’1,1% ogni anno.

È quindi necessario cambiare passo. E per guidare questa accelerazione, l’OMS e i suoi partner hanno lanciato nel 2024 la strategia EWENE – Every Woman Every Newborn Everywhere, che integra le esperienze maturate nei precedenti piani ENAP (Every Newborn Action Plan) ed EPMM (Ending Preventable Maternal Mortality). Si tratta di un quadro d’azione unificato, sostenuto da oltre 25 paesi che hanno già avviato l’implementazione di piani nazionali, e supportato da strumenti concreti come:

  • il sistema di autovalutazione (tracking tool), con cui i governi tracciano i propri progressi;
  • un cruscotto digitale interattivo, che consente di confrontare i dati su base regionale e per livello di reddito;
  • linee guida operative per migliorare accesso, qualità e continuità dell’assistenza, dalla pre-concezione al periodo post-natale.

Uno degli elementi centrali di EWENE è la definizione di target minimi di copertura sanitaria, racchiusi nella formula 90/90/80/80, che deve essere rispettata sia a livello nazionale che subnazionale. Ecco cosa prevede.

Obiettivi globali (da realizzare su base nazionale):

  • 90% delle donne deve accedere ad almeno quattro visite prenatali di qualità (ANC4).
  • 90% dei parti deve essere assistito da personale sanitario qualificato (SBA).
  • 80% dei neonati deve ricevere cura postnatale precoce entro le prime 48 ore dalla nascita;
  • 80% dei distretti locali deve disporre di unità per la cura dei neonati malati o prematuri e di servizi di emergenza ostetrica accessibili ad almeno la metà della popolazione

Questi target sono stati identificati come soglie minime indispensabili per evitare la maggior parte delle morti prevenibili. Raggiungerli significa strutturare servizi accessibili, stabili, continui, equi.

Il piano complessivo, però, non si limita alla quantità. Ci sono infatti anche obiettivi di tipo qualitativo, geografico e politico, tra cui:

  • accesso geografico: entro il 2030, almeno il 60% della popolazione mondiale dovrebbe vivere entro due ore da un centro ostetrico d’emergenza funzionante;
  • diritto all’autodeterminazione: il 65% delle donne dovrebbe poter decidere autonomamente su uso dei contraccettivi, rapporti sessuali e salute riproduttiva;
  • infrastrutture e risorse: i singoli Stati devono dotarsi di standard minimi per le strutture ostetriche d’emergenza (come il numero di ostetriche per turno) e garantire fondi operativi adeguati per il mantenimento in attività dei centri già esistenti.

Inoltre, il piano EWENE si fonda su 10 milestone operative, che rappresentano le aree chiave d’intervento per i sistemi sanitari:

  1. definizione di politiche nazionali e piani strategici coerenti;
  2. miglioramento continuo della qualità dell’assistenza;
  3. equità nell’accesso ai servizi e nei risultati;
  4. uso dei dati per l’azione, non solo per la rendicontazione;
  5. investimenti sostenibili a lungo termine;
  6. potenziamento della forza lavoro sanitaria, con formazione e assunzioni mirate;
  7. resilienza dei sistemi di fronte a crisi sanitarie, conflitti, disastri ambientali;
  8. accesso garantito a farmaci e dispositivi essenziali;
  9. accountability dei governi verso i cittadini e la comunità internazionale;
  10. promozione di ricerca, innovazione e trasferimento delle conoscenze nella pratica.

Sono pietre miliari davvero impegnative e non si può negare che la strada per il 2030 sia in salita. Le crisi globali sanitarie, economiche, climatiche, e geopolitiche rischiano di vanificare i progressi compiuti. Ma la direzione è chiara e i dati, i target e gli strumenti ci sono. Quello che serve è una volontà politica, delle leadership locali forti e alleanze internazionali efficaci. Perché garantire a ogni donna e a ogni neonato il diritto di vivere, nascere e curarsi non è un’opzione ma un dovere.

Scopri di più sull’impegno di AIFO per la salute materna e infantile

 

 

Fonti

  • Every Newborn Action Plan – Ending Preventable Maternal Mortality (ENAP-EPMM): Advocacy Brief for the 77th World Health Assembly (2024)
  • Trends in Maternal Mortality 2000 to 2020: Estimates by WHO, UNICEF, UNFPA, World Bank Group and UNDESA/Population Division
  • Maternal Mortality: Fact Sheet – WHO
  • Every Woman Every Newborn Everywhere (EWENE) Dashboard – WHO

Improving Maternal and Newborn Health and Survival and Reducing Stillbirth: Progress Report 2023 – WHO

In questo articolo si parla di

Leggi anche

I nostri progetti