La normativa sui caregiver familiari: una tutela che stenta a decollare

La riforma della normativa sui caregiver familiari in Italia segna un passaggio cruciale con l’introduzione del nuovo DDL 2026, volto a colmare un vuoto legislativo storico riguardo al riconoscimento formale e alla protezione di milioni di persone impegnate nell’assistenza quotidiana a familiari non autosufficienti. Il progetto mira a strutturare una rete di tutele che spazia dalla qualifica ufficiale tramite piattaforma INPS a nuovi congedi, permessi e sostegni economici, cercando di equilibrare le necessità di chi offre cura con le direttive della legge 104 e dei decreti attuali. Analizzare i profili previsti, le soglie assistenziali e le reali coperture finanziarie è essenziale per comprendere come queste disposizioni influenzeranno il sistema di welfare nazionale e il sostegno concreto alle famiglie.

In Italia, milioni di persone svolgono quotidianamente un lavoro fondamentale, seppur invisibile alle statistiche ufficiali e privo di tutele contrattuali: il caregiver È la dedizione di chi assiste un familiare non autosufficiente, riorganizzando la propria vita, le ambizioni e il tempo attorno a un impegno di cura costante. Per anni, la realtà dei caregiver familiari è rimasta priva di un riconoscimento giuridico chiaro. Oggi, il dibattito legislativo sembra finalmente porre le basi per colmare questo vuoto, ma dare un nome alla figura del caregiver è solo il primo passo: la sfida rimane garantire strumenti concreti per trasformare la tutela teorica in un sostegno effettivo.

Quanti sono i caregiver familiari in Italia?

I dati diffusi da Istat il 21 luglio 2026, e relativi al 2024, restituiscono la misura reale di un fenomeno ampio e complesso. Il 36,2% delle persone di 18 anni e più (cioè quasi 18 milioni di individui) ha prestato almeno una forma di aiuto gratuito a persone non coabitanti nelle quattro settimane precedenti l’intervista, contro il 22,8% del 1998. Si tratta di un raddoppio, in un quarto di secolo, della propensione degli italiani a prendersi cura di chi sta loro attorno, spinto anche dall’invecchiamento demografico (la quota di persone di 75 anni e più è passata dal 7,3% al 12,6% della popolazione nello stesso periodo).

Dentro questo universo più ampio di solidarietà informale, Istat isola chi presta un vero e proprio lavoro di cura, che consiste in assistenza a un adulto, prestazioni sanitarie, attività domestiche, pratiche burocratiche. Sono i caregiver in senso stretto e rappresentano il 24,9% dei maggiorenni, 12,3 milioni di persone. Di queste, 9,6 milioni (il 19,4% della popolazione) assistono persone non coabitanti, mentre 4,4 milioni (l’11,0% di chi vive con almeno un’altra persona) si prendono cura di un familiare convivente con problemi di salute. Non sono, però, due gruppi separati: circa 1,7 milioni di persone, infatti, si fa carico contemporaneamente di entrambe le forme di assistenza, sommando un doppio impegno di cura dentro e fuori le mura di casa.

Il carico orario è tutt’altro che simbolico. Il 31,9% di chi presta cura dedica all’assistenza almeno 20 ore alla settimana, una soglia che nella pratica equivale a un secondo lavoro part-time non retribuito. Solo il 53,8% dei caregiver conviventi resta sotto le 10 ore settimanali. Il carico, peraltro, non si distribuisce in modo uniforme. Le donne che dedicano 20 ore o più alla cura sono il 33,1%, contro il 24,8% degli uomini, e tra le donne occupate la quota di chi si divide tra assistenza a familiari conviventi e non coabitanti (il doppio carico) raggiunge il 16,6%, quasi il doppio dell’11,5% registrato tra gli uomini occupati. Il fenomeno si concentra soprattutto nella fascia 55-64 anni, dove il 15,5% delle persone è caregiver familiare di un convivente, l’età in cui più spesso si sovrappongono la cura di un genitore anziano, quella di un coniuge e, non di rado, ancora quella di figli non del tutto autonomi.

Anche la geografia del carico di cura non è neutra. Il Sud (33,8%) e le Isole (35,2%) registrano le quote più alte di caregiver familiari conviventi, a fronte del 23,2% del Nord-est. Un divario che riflette, con ogni probabilità, la minore disponibilità di servizi territoriali di supporto proprio dove il bisogno di assistenza informale è più diffuso. È in questo scenario, fatto di milioni di persone, di ore di lavoro invisibile e di squilibri di genere, età e territorio, che si inserisce il disegno di legge presentato dal governo il 6 febbraio 2026 per riconoscere e tutelare la figura del caregiver familiare.

Cosa dice la normativa sui caregiver familiari: diritti e tutele (ad oggi)

Sul fronte lavorativo, la legge 104/1992 (art. 33) riconosce a chi assiste con continuità un familiare in situazione di handicap grave e convivente il diritto a tre giorni di permesso mensile retribuito, cui si aggiunge, per lavoratori dipendenti, il congedo straordinario retribuito previsto dall’articolo 42, comma 5, del decreto legislativo 151/2001: fino a due anni complessivi nell’arco della vita lavorativa, con un’indennità commisurata all’ultima retribuzione entro un tetto massimo aggiornato annualmente, riservato secondo un ordine di priorità a coniuge, genitori, figli e fratelli conviventi con la persona assistita. A questi si affianca il congedo parentale ordinario, che la legge di bilancio 2026 (art. 1, comma 219, legge 199/2025) ha esteso — per i genitori di figli con disabilità — fino ai 14 anni di età del figlio, contro i 12 previsti in precedenza: è proprio questo limite che il nuovo ddl si propone di allargare ulteriormente fino ai 18 anni. Esiste inoltre, dal 2015 (art. 24, decreto legislativo 151/2015), la possibilità per i colleghi di lavoro di cedere gratuitamente ferie e riposi maturati a un dipendente che assiste un figlio minore con particolari condizioni di salute.

Sul piano del riconoscimento normativo, una prima definizione di caregiver familiare era già stata introdotta nel 2017 (art. 1, comma 255, legge 205/2017), contestualmente all’istituzione di un fondo dedicato — che negli anni successivi si è arricchito di ulteriori stanziamenti (legge 178/2020, legge 234/2021, legge 199/2025) — ma senza che a quella definizione seguisse mai una disciplina organica dei diritti soggettivi del caregiver: un fondo, di fatto, rimasto per anni senza una legge attuativa a valle. Sul fronte antidiscriminatorio, la legge 67/2006 tutela le persone con disabilità dalle discriminazioni, ma senza legittimare esplicitamente il caregiver ad agire in giudizio per fatti connessi alla propria attività di cura — una legittimazione che il nuovo ddl intende introdurre.

Il disegno di legge per i caregiver 2026: cosa cambia

A gennaio 2026, il Governo ha presentato un Disegno di legge destinato ad innovare parzialmente la normativa che riguarda i caregiver, con l’obiettivo dichiarato di rafforzarne diritti e tutela. Il testo definisce caregiver familiare la persona maggiorenne che assiste un parente entro il secondo grado (terzo, nei soli casi di disabilità grave) in condizione di disabilità, di non autosufficienza o titolare di indennità di accompagnamento. In base al carico orario e alla convivenza, l’articolo 2 individua quattro profili:

  • il caregiver “prevalente”, convivente con almeno 91 ore di assistenza settimanali;
  • il caregiver convivente con un carico tra 30 e 90 ore;
  • il caregiver non convivente con almeno 30 ore settimanali;
  • caregiver convivente o non convivente, con un impegno tra 10 e 29 ore settimanali.

Per ogni persona assistita sono ammessi fino a tre caregiver contemporaneamente (art. 3), individuati secondo il principio di autodeterminazione della persona assistita stessa o, per i minori o le persone sotto tutela, dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale, dall’amministratore di sostegno, dal tutore o dal curatore.

Una volta entrata in vigore la legge, il riconoscimento formale della qualifica di caregiver avverrà tramite una piattaforma telematica gestita dall’INPS (art. 4), con una procedura di autocertificazione che si deve concludere entro 30 giorni dall’istanza e con il rilascio di un certificato che attesta profilo e carico assistenziale.

Il caregiver riconosciuto entra ufficialmente nei percorsi di valutazione e nei piani di assistenza della persona che segue, con diritto a essere informato sui suoi bisogni di cura. Chi studia può vedersi riconosciuta l’esperienza di cura come credito formativo, anche in vista dell’esame di maturità o di un percorso universitario, con la possibilità di ottenere sconti sulle tasse. Chi lavora può chiedere orari più flessibili, smart working o la precedenza nel passaggio al part-time. Inoltre, ha diritto al congedo parentale fino ai 18 anni del figlio assistito (una novità dal 2027, prima il limite era fissato a 14 anni) e può ricevere ferie e permessi donati da colleghi. C’è anche una tutela legale specifica contro le discriminazioni subite in quanto caregiver, e, per chi si prende cura più intensamente di un familiare, vengono previste misure come la possibilità di essere sostituiti entro 24 ore in caso di emergenza, il sostegno psicologico, le visite specialistiche a domicilio o corsie preferenziali nel sistema sanitario. Queste misure, però, valgono solo “nei limiti delle risorse già disponibili”, cioè senza un euro in più stanziato apposta.

L’unico vero sostegno economico diretto riguarda esclusivamente i caregiver “prevalenti” che non lavorano (o guadagnano pochissimo, sotto i 3.000 euro l’anno) e hanno un ISEE non superiore a 15.000 euro. Per loro, dal 2027, è previsto un contributo trimestrale che potrà arrivare fino a un massimo di 1.200 euro ogni tre mesi. Stando però ai calcoli dello stesso governo, la cifra effettiva si aggirerà più realisticamente sui 1.000 euro (circa 300 euro al mese). A conti fatti, sarebbero circa 62.000 le persone che potrebbero beneficiarne, su una spesa complessiva che sfiora i 250 milioni di euro l’anno.

Le tutela dei caregiver non è ancora una priorità

Le associazioni che rappresentano le persone con disabilità e i loro familiari, insieme ai sindacati, al comitato Caregiver Familiari Uniti e ad Aipd, hanno sollevato diverse obiezioni.

In primo luogo, nel ddl non c’è alcuna misura di riconoscimento contributivo per i periodi dedicati all’attività di cura: nessun accredito figurativo, nessuna forma di tutela pensionistica. Per chi arriva a dedicare 91 ore o più a settimana all’assistenza di un familiare, spesso a scapito della propria carriera lavorativa, è un vuoto grave.

Il testo poi non stanzia risorse per rafforzare l’assistenza domiciliare, i servizi di sollievo o il supporto sul territorio. Le misure di tutela del benessere psicofisico del caregiver previste dall’articolo 12 (sostituzione in caso di emergenza, sostegno psicologico, visite a domicilio) sono esplicitamente subordinate alle risorse “già disponibili a legislazione vigente”. Quindi, per esplicita ammissione contenuta nella relazione tecnica, non possono comportare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Restano quindi diritti sulla carta, senza un finanziamento dedicato a renderli esigibili.

Il risultato è un provvedimento che riconosce formalmente la figura del caregiver, per la prima volta in modo organico, ma che concentra le uniche tutele economiche reali su una platea molto ristretta: saranno al massimo 62.000 i beneficiari del contributo, a fronte di 12 milioni di caregiver operanti in Italia. Un impegno davvero troppo piccolo.

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Domande frequenti sul nuovo disegno di legge in materia di caregiver (FAQ)

Chi è considerato caregiver familiare secondo il nuovo DDL 2026?

Caregiver familiare è la persona maggiorenne che assiste un parente entro il secondo grado (o terzo in caso di disabilità grave) che si trova in condizione di disabilità, non autosufficienza o titolare di indennità di accompagnamento.

Quali sono i requisiti per accedere al contributo trimestrale?

Il contributo è riservato esclusivamente ai caregiver “prevalenti” (conviventi con almeno 91 ore di assistenza settimanali) che non lavorano o hanno un reddito inferiore ai 3.000 euro annui, con un ISEE non superiore a 15.000 euro.

Cosa prevede la legge 104/1992 per chi assiste un familiare?

La legge riconosce ai lavoratori dipendenti che assistono un familiare con handicap grave e convivente il diritto a tre giorni di permesso mensile retribuito.

È prevista una tutela pensionistica per il lavoro di cura?

Al momento, il DDL 2026 non prevede misure di riconoscimento contributivo, come accrediti figurativi o tutele pensionistiche specifiche, per i periodi dedicati all’attività di cura.

 

 

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