Discriminati ogni giorno, Eurostat evidenzia il deficit di inclusione nei servizi pubblici per le persone con disabilità

Le persone con disabilità subiscono forme costanti e silenziose di discriminazione, anche nel rapporto con i servizi pubblici. Dalla scuola agli uffici amministrativi, dalla ricerca della casa alla fruizione degli spazi pubblici, la discriminazione percepita da chi ha una disabilità è sempre più alta rispetto a quelle di chi non la ha. Lo confermano i dati Eurostat, che collocano l’Italia in una posizione virtuosa. I numero presi sena contesto, però, non sempre dicono la verità.  

Allo sportello di un ufficio pubblico, in un colloquio per affittare casa, nei rapporti con la scuola dei figli, semplicemente entrando in un bar o in un negozio: le persone con disabilità si confrontano troppo spesso con una discriminazione quotidiana, fatta soprattutto di inaccessibilità. Un logoramento ripetuto, che intacca diritti sulla carta garantiti a tutti, come l’accesso ai servizi pubblici, all’istruzione, alla casa, agli spazi della vita collettiva. Eurostat la definisce discriminazione auto-percepita, e nel 2024 l’ha misurata per la prima volta in modo sistematico su scala europea, incrociandola con diverse variabili, tra cui proprio la disabilità (oltre a età, genere e nazionalità). Per farlo, l’istituto statistico continentale ha utilizzato una definizione operativa, pensata per essere rilevabile attraverso un’indagine campionaria. Secondo questo approccio, è considerata “con disabilità” una persona che riporta una limitazione, dovuta a problemi di salute, nello svolgimento delle attività abituali, per almeno sei mesi consecutivi. È il concetto di “limitazione globale nell’attività”, riconosciuto dalla comunità scientifica e dalle organizzazioni delle persone con disabilità come proxy adeguato della disabilità, e coerente con la Strategia europea per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030. Su questa base, ai cittadini europei è stato chiesto se, negli ultimi 12 mesi, si fossero sentiti discriminati in quattro situazioni di vita: nel contatto con uffici amministrativi o servizi pubblici, nella ricerca di un alloggio (qui il periodo è stato esteso ai 5 anni precedenti), nei rapporti con istituzioni educative, e negli spazi pubblici (negozi, bar, locali, impianti sportivi).

Disabilità e inclusione sono anche al centro dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile

Discriminazione delle persone con disabilità: il quadro europeo

Il risultato è un divario netto. In tutti e quattro i contesti, le persone con limitazioni riportano discriminazione a tassi nettamente superiori rispetto a chi non ne ha:

  • dal 4,1% al 9,3% nel contatto con i servizi pubblici (più del doppio);
  • dal 5,3% all’8,3% nella ricerca casa;
  • dal 2,3% al 4,1% nell’istruzione;
  • dal 3,0% al 5,0% nella fruizione degli spazi pubblici.

Dentro la media europea, poi, si nascondono distanze enormi tra i singoli paesi. Nel contatto con servizi pubblici e uffici amministrativi, le persone con disabilità riportano i livelli più alti di discriminazione percepita in Estonia (14,6%) e Spagna (14,5%), seguite da Belgio (12,8%), Paesi Bassi (12,5%) e Svezia (12,3%). Sulla ricerca di un alloggio, il dato più allarmante arriva dalla Svizzera, dove quasi una persona con disabilità su cinque (17,8%) dichiara di aver subito discriminazione cercando casa negli ultimi cinque anni; seguono Spagna (14,3%), Belgio (14,0%) e Francia (13,9%). Anche nella fruizione degli spazi pubblici la Svizzera resta il caso limite, con il 16,1%, seguita da Bulgaria (11,0%) e Austria (10,1%). Sull’istruzione il primato negativo va alla Svezia (11,2%), seguita ancora da Svizzera (8,4%) e Francia (7,1%). All’estremo opposto, i valori più bassi si concentrano in Italia, Croazia, Turchia, Cipro, Serbia e Polonia, che occupano costantemente le ultime posizioni delle classifiche per ciascuno dei quattro contesti.

Questa fotografia, però, merita una lettura più attenta. Se si guarda non al valore assoluto ma al rapporto tra il tasso di discriminazione percepito dalle persone con disabilità e quello delle persone senza disabilità, alcuni dei paesi apparentemente più virtuosi mostrano in realtà alcuni dei divari relativi più ampi d’Europa. In Croazia, ad esempio, le persone con disabilità riportano discriminazione nei servizi pubblici a un tasso 4,3 volte superiore a chi non ha disabilità, mentre in Polonia il rapporto supera le 3 volte in più contesti. Ed evidenze simili emergono in Serbia, Bulgaria, Ungheria. In altre parole, avere pochi casi in assoluto non significa avere poca disuguaglianza: in diversi paesi dell’Europa centro-orientale, anche dove la discriminazione percepita complessiva è bassa, la disabilità resta comunque il fattore che, da sola, moltiplica per tre o quattro volte la probabilità di sentirsi discriminati.

La doppia discriminazione delle donne con disabilità

La discriminazione percepita dalle persone con disabilità in Italia

L’Italia compare quasi sempre tra i paesi con i valori assoluti più bassi d’Europa nella discriminazione percepita dalle persone con disabilità:

  • 3,1% nel contatto con i servizi pubblici (contro 1,3% di chi non ha disabilità);
  • 0,9% nella ricerca casa (stesso valore di chi non ha disabilità);
  • 1,1% nell’istruzione (contro lo 0,5%);
  • 2,1% nell’uso degli spazi pubblici (contro lo 0,9%)..

Il divario tra persone con e senza disabilità, quindi, pur essendo presente in tre contesti su quattro (con un rapporto tra 2,2 e 2,4 volte, in linea con la media europea), si annulla quasi del tutto sull’alloggio, dove l’Italia è l’unico tra i grandi paesi europei in cui la disabilità non sembra associata a un maggior rischio di discriminazione nella ricerca della casa. È un dato isolato e probabilmente fragile, ma resta significativo che non si replichi altrove in Europa, dove la casa è anzi il contesto col divario disabilità più marcato.

Numeri bassi non vuol dire nessun problema

I buoni risultati dell’Italia, però, devono tenere conto anche di un’altra avvertenza che è la stessa Eurostat a mettere in luce: la discriminazione auto-percepita è, per definizione, una misura soggettiva, quindi non registra ciò che accade, ma ciò che una persona riconosce e dichiara di aver vissuto come discriminazione. E questo riconoscimento dipende da fattori che variano moltissimo da paese a paese: il livello di consapevolezza dei propri diritti, le aspettative su come si dovrebbe essere trattati, l’esistenza di leggi antidiscriminazione e di strumenti di segnalazione, il grado di accettazione sociale del tema. Quindi, dove manca una cultura diffusa dei diritti delle persone con disabilità, dove l’accesso a servizi e spazi pubblici è già di per sé scarso o inadeguato per chiunque, dove non esiste un linguaggio condiviso per nominare la discriminazione, è probabile che le persone semplicemente non la riconoscano come tale, anche se la subiscono. È esattamente quello che il confronto tra valori assoluti e rapporti relativi suggerisce per diversi paesi dell’Europa centro-orientale, Italia compresa: numeri bassi in superficie possono convivere con divari interni fortissimi, e un paese con pochissimi casi dichiarati di discriminazione non è necessariamente un paese dove le persone con disabilità sono trattate meglio, ma può essere, al contrario, un paese dove gli strumenti per riconoscere, nominare e denunciare la discriminazione sono ancora deboli. Per chi lavora ogni giorno sui diritti delle persone con disabilità, il dato che dovrebbe restare al centro non è quindi la posizione in classifica, ma la costanza del divario. Quello che dicono chiaramente le cifre Eurostat, infatti, è che le persone con disabilità continuano a incontrare più ostacoli e più discriminazione delle altre, negli uffici, a scuola, cercando casa, semplicemente stando in uno spazio pubblico. Ridurre quel divario dovrebbe essere la misura del progresso.

Scopri l’impegno di AIFO per l’inclusione

 

Fonti e dati

Discrimination in everyday life for people with disabilities – Eurostat, 2026

In questo articolo si parla di

Leggi anche

I nostri progetti