Sanità di prossimità nei paesi a basso reddito: il metodo PHC e gli Agenti di Salute Comunitaria

La sanità di prossimità è il modello di assistenza sanitaria che porta le cure il più vicino possibile alle persone, ovunque vivano. Nei paesi a basso reddito, dove ospedali e specialisti restano spesso irraggiungibili, questo approccio della medicina di prossimità si traduce nel metodo PHC (Primary Health Care) promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e nel lavoro quotidiano degli Agenti di Salute Comunitaria: figure formate all’interno delle comunità stesse, capaci di portare prevenzione, informazione e prime cure fin dentro i villaggi più isolati.

In molte zone rurali dei paesi a basso reddito, il presidio sanitario più vicino può trovarsi a ore di cammino, magari raggiungibile percorrendo strade sterrate che nella stagione delle piogge diventano impraticabili. E può accadere che, quando alla fine si arriva, ci si ritrova in una struttura che non ha acqua corrente, elettricità stabile o farmaci sufficienti. Un presidio medico che esiste sulla carta, dunque, ma che fatica a garantire le cure in sicurezza. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 3 persone su 10 non hanno accesso alle cure essenziali, e la grande maggioranza vive nei paesi più poveri. Inoltre, più della metà della popolazione mondiale non è coperta da servizi sanitari essenziali. E pagare le cure di tasca propria continua a spingere milioni di famiglie in povertà.

Il problema, poi, non riguarda solo chi le cure non le raggiunge mai ma anche la tenuta delle strutture che dovrebbero offrirle. Nei paesi meno sviluppati e nei contesti più fragili, secondo l’ultimo rapporto OMS/UNICEF sulle strutture sanitarie, solo il 19% dei presidi ha accesso di base a servizi igienico-sanitari e meno della metà dispone di servizi igienici essenziali. Si tratta di condizioni che rendono ogni visita, ogni parto, ogni intervento un rischio aggiuntivo. Per tutti questi motivi, in molte parti del mondo, ammalarsi significa affrontare un percorso pieno di ostacoli. Ciò significa che per le persone più povere e vulnerabili, la salute non è garantita e il bisogno di aiuto resta spesso invisibile. È proprio da questa realtà che nasce l’importanza della sanità di prossimità: un modello capace di portare le cure dove le persone vivono, ogni giorno, prima che una distanza diventi una diagnosi mancata o una cura arrivata troppo tardi.

Cosa si intende per medicina di prossimità

Per medicina di prossimità (o sanità di prossimità) si intende un modello di assistenza sanitaria organizzato per raggiungere le persone il più vicino possibile al loro contesto di vita quotidiano, invece di concentrare cure e servizi in poche strutture ospedaliere centralizzate. Non è solo una questione di distanza fisica: significa costruire percorsi di cura continui, coordinati e centrati sui bisogni reali delle comunità, capaci di intercettare i problemi di salute il prima possibile, dalla prevenzione alla cura, fino alla riabilitazione. Nei paesi a basso e medio-basso reddito questo modello non è un’opzione tra le tante, ma rappresenta spesso l’unica via concreta per garantire l’accesso alle cure. Dove mancano ospedali, medici specialisti e infrastrutture stradali, la salute delle persone dipende da ciò che riesce ad arrivare vicino a casa. Il divario, però, resta ampio. Ad esempio, la copertura dei servizi idrici di base nelle strutture sanitarie va dal 57% dell’Africa subsahariana all’89% dell’Asia centrale e meridionale. Un dato che da solo racconta quanto la “prossimità” sia, in questi contesti, una condizione da costruire più che da dare per scontata.

Diritto alla salute e sanità di prossimità

Costruire questa prossimità, quindi, non è solo una scelta organizzativa ma costituisce l’attuazione di un diritto. Il diritto alla salute è infatti un diritto umano fondamentale, sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Secondo questi documenti, ogni persona ha diritto a godere del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale, indipendentemente da dove nasce o da quanto guadagna. La sanità di prossimità è il modo concreto in cui questo diritto smette di essere un principio astratto e diventa accesso reale alle cure. Questo passaggio dall’enunciazione alla realizzazione è al centro:

  • della Dichiarazione di Alma-Ata del 1978, che per prima ha collocato l’assistenza sanitaria primaria al centro delle politiche sanitarie globali;
  • della Dichiarazione di Astana del 2018, che ne ha rinnovato l’impegno.

I due testi condividono la stessa idea di fondo: la salute non è la semplice assenza di malattia, ma uno stato di benessere fisico, mentale e sociale, e va garantita il più vicino possibile alla vita quotidiana delle persone.

Da questa idea discendono i principi cardine della sanità di prossimità:

  • l’accesso universale, che impone di garantire cure a tutti senza discriminazioni di età, genere, condizione economica o luogo di residenza;
  • l’equità, che chiede di dare priorità a chi ha più bisogno, cioè le popolazioni più povere ed emarginate, spesso le prime a restare escluse dai sistemi sanitari centralizzati;
  • l’approccio olistico (one health), che tiene conto dei determinanti sociali, economici e ambientali della salute, non solo della malattia in sé;
  • l’azione multisettoriale, perché la salute delle persone dipende anche da acqua, istruzione, trasporti, lavoro;
  • la partecipazione delle comunità, chiamate non solo a ricevere le cure ma a essere coinvolte nelle decisioni che le riguardano.

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Primary Health Care: l’approccio PHC dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

Questi principi trovano una cornice organica nel Primary Health Care (PHC)l’approccio che l’OMS individua come strategia più efficace per tradurre il diritto alla salute in sistemi sanitari concreti, nonché quello con i risultati più documentati. Secondo la definizione adottata dalla Dichiarazione di Astana, il PHC è “un approccio che coinvolge l’intera società e mira a massimizzare il livello e la distribuzione equa della salute e del benessere, concentrandosi sui bisogni e le preferenze delle persone il prima possibile lungo il percorso che va dalla promozione della salute e prevenzione delle malattie, fino a trattamento, riabilitazione e cure palliative”.

Il PHC non va confuso con la semplice “assistenza sanitaria di base”, ma è un approccio a tre componenti inseparabili e interdipendenti:

  • l’integrazione dei servizi sanitari, che unisce l’assistenza primaria (il primo punto di contatto con il sistema sanitario, quello più vicino a casa) alle funzioni essenziali di sanità pubblica, come prevenzione e sorveglianza epidemiologica;
  • l’azione multisettoriale, che chiama in causa settori esterni alla sanità (istruzione, acqua, trasporti, lavoro) nella tutela della salute delle persone;
  • l’empowerment di individui e comunità, ovvero il coinvolgimento diretto delle persone nella costruzione e nella gestione dei servizi che le riguardano.

Non è un approccio teorico, anzi l’OMS ne ha misurato l’impatto. Un modello elaborato su 67 paesi stima che un investimento su larga scala in cure preventive e ambulatoriali tra il 2020 e il 2030 potrebbe evitare oltre 60 milioni di morti a livello globale, aumentando l’aspettativa di vita fino a 6,7 anni nei paesi a basso reddito. Gran parte di questo effetto deriva dalla riduzione della mortalità infantile sotto i 5 anni e dal controllo di malattie croniche come diabete e patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche. È il segno più chiaro che la sanità di prossimità, quando strutturata come sistema e non lasciata all’emergenza, non è solo più equa: salva vite in modo misurabile.

Nei paesi a basso reddito, dove le risorse sanitarie sono scarse e concentrate nei centri urbani, il PHC diventa lo strumento con cui organizzare ciò che c’è ( pochi presidi, pochissimo personale qualificato) in un sistema comunque capace di raggiungere le persone più lontane ed escluse.

Gli Agenti di Salute Comunitaria

Ed è qui che entra in gioco l’Agente di Salute Comunitaria, una delle figure formate all’interno delle comunità stesse su cui l’approccio PHC punta per raggiungere chi resta escluso dal sistema sanitario. È una persona del posto, formata per aiutare la propria comunità a prendersi cura della salute. Non è un medico né un infermiere, ma è un punto di riferimento fondamentale, soprattutto nei villaggi più isolati: vive gli stessi problemi delle persone che aiuta, conosce la cultura, le paure e i bisogni della comunità, e proprio per questo riesce a creare fiducia dove un sistema sanitario esterno farebbe fatica ad arrivare. Il suo lavoro è soprattutto prevenzione e informazione: spiega come evitare le malattie, parla di igiene, alimentazione, vaccinazioni, salute di mamme e bambini. Aiuta a riconoscere i primi segnali di malattie come il diabete o la lebbra e accompagna le persone verso il centro di salute quando serve. Spesso sostiene le famiglie più fragili, quelle che da sole non riuscirebbero ad affrontare un percorso di cura.

AIFO lavora proprio su questo: attraverso la formazione, il sostegno e la promozione degli Agenti di Salute Comunitaria, porta la salute più vicino alle persone, nei luoghi in cui vivono, rafforzando i sistemi sanitari locali e valorizzando le comunità, perché molto spesso le soluzioni nascono dal basso, dalle persone stesse. Gli Agenti di Salute Comunitaria sono il ponte tra i villaggi e il sistema sanitario. Grazie a loro, tante persone non restano sole e possono finalmente accedere alle cure di cui hanno bisogno.

Paula, ad esempio, è un’Agente di Salute Comunitaria a Cabo Delgado, in Mozambico. Nonostante l’insicurezza, le distanze e le difficoltà quotidiane della regione, non si è mai arresa: grazie alla formazione ricevuta da AIFO e a una bicicletta messa a disposizione dal progetto, percorre ogni giorno chilometri di strade difficili per raggiungere anche i villaggi più remoti, parlando di prevenzione, salute e diritti là dove spesso i servizi non arrivano. Come racconta lei stessa:

“Sono molto orgogliosa del mio lavoro, credo che la nostra sia una figura importante per promuovere la salute e il benessere nelle comunità. Siamo vicini alle persone e alle famiglie, insieme a loro identifichiamo i bisogni e troviamo le soluzioni per rispondere a piccoli o grandi problemi di salute.”

Agenti coma Paula, in Mozambico, rappresentano letteralmente, l’infrastruttura sanitaria che collega i villaggi più remoti al resto del sistema.

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