Esseri umani, animali e ambiente sono strettamente connessi tra loro, così come il loro benessere. Se n’è parlato a Bologna nella Giornata mondiale delle malattie tropicali neglette 29-30-31 gennaio 2026 – articolo di Laura Pasotti
Da Follereau all’approccio One Health
C’è un solo cielo per tutto il mondo. Le parole che Raoul Follereau ha rivolto ai giovani nel suo testamento spirituale sono risuonate a Bologna nella tre giorni organizzata a fine gennaio dalla Rete italiana delle malattie tropicali neglette e dall’Ircss Policlinico Sant’Orsola con AIFO. È stato l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, a sottolinearne l’attualità: “Solo insieme se ne esce. L’avevamo già capito con il covid ma poi ce lo siamo dimenticato. Oggi l’indebolimento degli organismi internazionali, anche nell’affrontare la sanità mondiale, è pericolosissimo. Il multilateralismo non va di moda ma conviene a tutti. E l’idea del tropicale è superata: il sistema è per tutti perché tutto ci riguarda”.
Gli eventi a Bologna
A Bologna, in quest’ottica, medici, veterinari, istituzioni, università, cittadini, si sono confrontati sui temi sollevati dalle malattie tropicali e sulle strategie per contenerle, con un approccio one health.
“Questo approccio è ormai indispensabile – ha detto Michele Spinicci, che si occupa di Medicina sperimentale e clinica all’Università di Firenze e di Malattie infettive e tropicali all’Ospedale Careggi – Non si può pensare per compartimenti stagni senza comunicare tra esperti di medicina umana, animale e ambientale”.
Le malattie tropicali neglette sono 21 patologie causate da virus, batteri, parassiti, funghi e dal morso di un serpente. Malattie che colpiscono circa un miliardo e mezzo di persone nel mondo e causano 500 mila morti ogni anno, soprattutto nelle zone tropicali.
“Sono malattie che vengono dalla povertà e producono povertà perché stigmatizzano le persone”, ha detto il presidente di Aifo Antonio Lissoni. Pur costituendo un’emergenza sanitaria, queste malattie non ricevono attenzioni e investimenti sufficienti in termini di ricerca, prevenzione, diagnosi. Ma sono assolutamente curabili.
“I progressi ci sono, tant’è vero che nella metà dei Paesi colpiti da queste malattie si è riusciti a eliminarne almeno una. La strada è lunga e c’è bisogno dell’impegno di tutti, perché il concetto di malattie tropicali scomparirà in seguito al cambiamento climatico e agli spostamenti di persone e merci, e si farà sempre più strada il concetto di salute globale. È questo il futuro del modo di affrontare le patologie da infezione”, ha detto Luciano Attard, infettivologo del Policlinico Sant’Orsola di Bologna.
Mobilità, migrazioni e cambiamenti climatici aumentano la diffusione delle patologie tropicali in altre zone del mondo. In Italia, ad esempio, nel 2025 ci sono stati 469 casi di Chikungunya, di cui solo 85 di importazione, e 217 di Dengue, due malattie causate da virus trasmessi da vettori artropodi come le zanzare.
“La definizione di malattie tropicali identifica i Paesi in cui l’incidenza è maggiore, ma non deve indirizzare lo sguardo solo lì, perché ragionare per singole aree non è più funzionale. L’arrivo nelle nostre aree di queste malattie ha portato una maggior attenzione su di esse rispetto a quanto accade in altre zone del mondo”, ha aggiunto Spinicci.
L’approccio One Health nella formazione
L’approccio one health è fondamentale anche a livello di formazione. Come ha detto Roberta Galuppi del Dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università di Bologna, “da noi c’è da sempre collaborazione tra medici e veterinari, ma adesso che le malattie tropicali si stanno diffondendo alle nostre latitudini il concetto di salute globale deve essere sempre più preso in considerazione. Cambiamenti climatici e antropizzazione modificano l’ecosistema e possono cambiare anche l’epidemiologia dei parassiti e la diffusione dei vettori”.
A volte ciò che manca è la capacità di riconoscere la malattia. È il caso della lebbra, che oggi in Italia è una malattia importata: i casi sono meno di 5 all’anno, ma le diagnosi sono tardive, spesso incidentali e con disabilità già presenti. “Siamo in grado di gestirla e non manca la diagnostica, ma la conoscenza della malattia. Le persone arrivano tardi perché non viene il sospetto che possa essere lebbra. La formazione ad hoc è spesso scarsa e servono investimenti, anche se i casi sono pochi”, ha detto Andrea Angheben dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar. Solo così si possono curare bene le persone.
“Serve anche fare rete tra centri di ricerca e favorire una medicina di prossimità che intercetti quelle persone che non accedono ai servizi sanitari”, ha aggiunto Rosaria Marrone dell’Istituto nazionale migrazione e povertà di Roma.
Le parole di AIFO
Il concetto di salute sta dunque cambiando in ottica one health, riconoscendo la correlazione tra persone, animali e ambiente e l’influenza dei determinanti sociali come le condizioni socio-economiche, il lavoro, l’accesso ai servizi sanitari o il fatto di vivere in una società accogliente. “One health significa che, se ti prendi cura della persona e non della malattia, ti accorgi di quei determinanti sociali. È quello che Aifo fa da 65 anni”, ha concluso Lissoni.




