Il diritto alla salute: una promessa di dignità per tutti gli esseri umani

Il diritto alla salute ha una natura complessa, come dimostra la storica definizione dell’OMS, che lo libera dai confini della sola medicina per abbracciare un concetto di benessere integrale. Nel quadro giuridico internazionale, la salute si è evoluta in un diritto sociale che impone doveri precisi agli Stati, pur dovendo fare i conti con la realtà delle risorse economiche disponibili. La quotidiana azione di prossimità che, come AIFO, realizziamo nei Paesi in cui operiamo punta a colmare i divari ancora esistenti, affinché il principio “stare bene è un diritto” diventi una realtà concreta per ogni comunità.

Parlare di diritto alla salute significa toccare la corda più profonda della nostra esistenza: quella della vulnerabilità e, al contempo, della nostra comune appartenenza all’umanità. Non si tratta solo di una formula giuridica contenuta nei trattati internazionali o di un obiettivo statistico da raggiungere. Il diritto alla salute è, prima di tutto, il riconoscimento che ogni persona, in ogni angolo del pianeta, merita di vivere una vita dignitosa, libera dal peso di malattie evitabili e protetta nei momenti di fragilità. Garantire la salute significa curare una patologia e restituire a ogni uomo, donna e bambino il potere di sognare e costruire il proprio futuro. È questa la convinzione che guida ogni nostra azione: perché, molto semplicemente, stare bene è un diritto. In un mondo sempre più interconnesso, la salute di uno è inevitabilmente legata alla salute di tutti. Eppure, per milioni di individui, questa resta una promessa sospesa, spesso condizionata dal luogo di nascita o dalle possibilità economiche. In questo approfondimento, ripercorreremo l’evoluzione di questo concetto: dalle sue radici nelle grandi convenzioni internazionali fino alle sfide concrete che, ancora oggi, vedono la salute come un traguardo finanziariamente determinato e talvolta difficile da raggiungere.

Una premessa: cosa si intende per salute

Per comprendere la portata del diritto alla salute, però, è necessario partire da una premessa fondamentale che ne ha rivoluzionato l’approccio giuridico e sociale. Per decenni, la salute è stata interpretata in chiave puramente biomedica, ovvero come semplice “non essere malati”. Tuttavia, questa visione limitata è stata superata dalla definizione storica contenuta nel Preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

“La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità.”

Questa dicitura trasforma la salute in un concetto dinamico e multidimensionale. Non riguarda più solo il corpo, ma coinvolge l’equilibrio della mente e la qualità delle relazioni sociali. Definire la salute come “benessere sociale” significa riconoscere che non può esserci salute laddove manchino condizioni dignitose di vita, lavoro e istruzione. Per un’organizzazione come AIFO, questo significa che curare una patologia è solo il primo passo: la vera salute si ottiene solo quando la persona è pienamente integrata e rispettata nella propria comunità.

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Il diritto alla salute e la sua tutela internazionale

I primi passi verso il riconoscimento del diritto alla salute nel panorama internazionale iniziano nel XIX secolo, quando le epidemie come il colera spingono i governi a superare l’approccio isolazionista dominante fino a quel momento e ad uscire dall’idea di “sovranità sanitaria”. Con le prime convenzioni sanitarie internazionali del 1852, che affrontano i “grandi flagelli dell’umanità”, si gettano le basi per una cooperazione globale, culminata nella nascita dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), datata 1946. È qui che emerge la nota definizione di salute vista sopra. Poco dopo, nel 1948, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani eleva la salute a diritto fondamentale. L’Articolo 25 afferma che:

“Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia”

In questa definizione sono incluse cure mediche e assistenza sociale. Questo segna il passaggio da tutela emergenziale a diritto individuale e collettivo.

Negli anni ’60, il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (1966) codifica questo concetto in modo ancora più esplicito, con l’articolo 12 che recita:

“Ogni individuo ha diritto al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”.

In questo modo, vengono imposti agli Stati obblighi di rispetto, protezione e realizzazione progressiva. La Dichiarazione di Alma Ata (1978) rafforza questa visione con l’assistenza sanitaria primaria universale, ribadendo che la salute è un “diritto fondamentale e irrinunciabile dell’individuo” e un “responsabilità primaria dei governi“.

Avanzando con i decenni, si arriva agli anni ’80 e ’90, quando la Carta di Ottawa (1986) introduce la promozione della salute come processo dinamico:

“La promozione della salute è il processo di empowerment delle comunità per agire sul proprio sviluppo e per prolungare la vita e migliorarne la qualità”.

Inoltre, la Dichiarazione Universale di Bioetica e Diritti Umani (UNESCO, 2005) integra etica e uguaglianza, asserendo che

“La salute è un diritto fondamentale di ogni essere umano senza distinzioni”.

Infine, in epoca recente, sfide come pandemie e cambiamenti climatici hanno contribuito a spingere verso un’idea di salute globale capace di rappresentare anche un limite al concetto di proprietà intellettuale associata allo sviluppo di farmaci e vaccini. Al tal proposito, la Dichiarazione di Doha (2001) afferma il principio per cui ogni sfruttamento commerciale deve essere interpretato e attuato in modo da promuovere l’accesso universale ai farmaci.

Il diritto alla salute come diritto sociale

Questa evoluzione normativa internazionale ha portato a qualificare il diritto alla salute come un diritto sociale, segnando una netta distinzione rispetto ai diritti civili di stampo classico. Mentre questi ultimi, come la libertà personale o di espressione, sono spesso definiti come “libertà negative” poiché richiedono che lo Stato si astenga dall’intervenire, la salute rientra nei diritti di seconda generazione (economici, sociali e culturali) che impongono invece un ruolo attivo delle istituzioni. Si configura quindi come un diritto di solidarietà collettiva che necessita di interventi positivi dello Stato e della comunità per poter essere realmente esercitato.

La principale caratteristica di questa natura sociale è la sua dimensione prestazionale: lo Stato ha il dovere di fornire servizi concreti — dalle cure mediche alla prevenzione fino all’assistenza — garantendo livelli essenziali e uniformi di assistenza su tutto il territorio. Si tratta di un “diritto a prestazione” dove l’ente pubblico agisce per assicurare il benessere. Accanto a questa dimensione individuale, convive una forte valenza collettiva: come richiamato dall’Articolo 32 della Costituzione italiana, la salute è sia un fondamentale diritto dell’individuo che un interesse della collettività. Proteggere il singolo significa, di riflesso, tutelare la società intera da rischi diffusi, come dimostrato dalla gestione delle grandi epidemie.

Tuttavia, la piena attuazione di questo diritto segue il principio della realizzazione progressiva. Sebbene la sua applicazione dipenda dalle risorse disponibili, essa non può tradursi in un’inerzia dello Stato; al contrario, impone obblighi minimi inderogabili, come l’erogazione di cure gratuite a persone in condizioni di difficoltà economica, e il perseguimento di un’uguaglianza sostanziale che abbatta le barriere economiche. Questo approccio è sancito chiaramente anche nel Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali del 1966, dove l’Articolo 12 vincola i firmatari ad adottare misure legislative e strutturali per garantire un accesso equo e programmi di prevenzione comunitaria, trasformando l’educazione sanitaria e gli screening gratuiti in precisi obblighi sociali verso la popolazione.

Il diritto alla salute come diritto finanziariamente condizionato

Il riconoscimento della natura sociale della salute porta inevitabilmente a confrontarsi con la realtà della sua gestione: dire che il diritto alla salute è finanziariamente condizionato significa ammettere che la sua piena realizzazione dipende strettamente dalle risorse economiche disponibili allo Stato. Poiché si tratta di un diritto prestazionale che richiede l’erogazione di servizi concreti, esso non può essere considerato assoluto in termini di spesa; le istituzioni devono infatti operare un costante bilanciamento tra le esigenze sanitarie e i vincoli di bilancio, garantendo però sempre un nucleo minimo incomprimibile di tutele essenziali.

La giurisprudenza della Corte Costituzionale italiana (si vedano le sentenze n. 355/1993 e n. 267/1998) chiarisce bene questo equilibrio: se da un lato il legislatore gode di discrezionalità nella programmazione e nella spesa pubblica sostenibile, dall’altro tale potere incontra un limite invalicabile nella garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che devono essere uniformi su tutto il territorio. In termini pratici, questo condizionamento finanziario permette una razionalizzazione delle risorse attraverso strumenti come i ticket o la priorizzazione delle cure per evitare sprechi. Tuttavia, il rischio critico è che la gestione economica scivoli verso un razionamento improprio — manifestandosi in liste d’attesa o accessi limitati per le fasce più deboli — rendendo di fatto il diritto alla salute “condizionato dal reddito”.

Per evitare questa deriva, il quadro giuridico stabilisce che è la garanzia dei diritti incomprimibili a dover incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di quest’ultimo a dettare la cancellazione delle tutele di base: le emergenze e le cure agli indigenti restano obblighi prioritari su ogni altra voce di spesa. Questo principio trova eco anche nel contesto internazionale, in particolare nell’Articolo 2 del Patto ONU del 1966, che parla di realizzazione “progressiva”. Sebbene si accetti che il raggiungimento del massimo livello di salute dipenda dalle risorse, agli Stati è imposto un obbligo immediato di non-regressione: una volta raggiunto un livello di tutela, questo non può essere ridotto per mere ragioni di cassa, preservando così la dignità umana da ogni logica puramente contabile.

Leggi di più sui determinanti sociali della salute

Dai principi alla realtà: quante persone nel mondo non hanno ancora diritto alla salute?

Il passaggio dai quadri normativi internazionali alla realtà quotidiana di miliardi di persone rivela una frattura profonda: il diritto alla salute, pur essendo universalmente riconosciuto, rimane subordinato a barriere economiche e geografiche insormontabili. I dati globali più recenti dipingono un quadro allarmante: si stima che 4,6 miliardi di persone in tutto il mondo non abbiano ancora accesso ai servizi sanitari essenziali. Questa carenza non è solo un problema di infrastrutture, ma un fattore di impoverimento sistemico. Infatti, 2,1 miliardi di persone affrontano gravi difficoltà finanziarie per accedere all’assistenza, e tra queste, ben 1,6 miliardi sono spinte ulteriormente verso la povertà o intrappolate in essa proprio a causa di spese sanitarie insostenibili.

Le disuguaglianze nell’accesso alle cure non sono solo persistenti, ma stanno diventando sempre più evidenti e polarizzate. Nel 2022, il divario economico ha mostrato tutta la sua brutalità: 3 persone su 4 tra le fasce più povere della popolazione mondiale hanno dovuto affrontare ostacoli finanziari catastrofici a causa dei costi sanitari, a fronte di meno di una persona su 25 tra le fasce più abbienti. Questa disparità non colpisce in modo uniforme, ma si concentra sui gruppi più vulnerabili: le donne, le persone che vivono in aree rurali o con bassi livelli di istruzione segnalano costantemente le maggiori difficoltà di accesso.

Sebbene nell’ultimo decennio si sia registrata una lieve riduzione del divario tra le donne appartenenti ai quintili più ricchi e più poveri (passando da 38 a 33 punti percentuali), il cammino verso l’equità è ancora lungo. Anche in regioni ad alto reddito come l’Europa, il diritto alla salute non è pienamente garantito per tutti: i gruppi marginalizzati e le persone con disabilità continuano a segnalare bisogni sanitari insoddisfatti. Questi dati confermano che, finché la salute resterà un bene “finanziariamente condizionato” senza meccanismi di protezione sociale universale, il diritto sancito dalle carte internazionali rimarrà un privilegio per pochi, anziché una garanzia per l’intera umanità.

Agenda 2030 e diritto alla salute

Il legame tra i diritti umani e le politiche di sviluppo trova la sua massima espressione nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. In questo quadro, il diritto alla salute è cristallizzato nell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 3 (SDG 3)“Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età”. Questo obiettivo non è una semplice lista di traguardi medici, ma rappresenta un impegno globale per il superamento delle barriere che abbiamo definito come “condizionanti”. Il cuore pulsante dell’SDG 3 è il raggiungimento della Copertura Sanitaria Universale (UHC), che mira a garantire a ogni individuo l’accesso ai servizi sanitari necessari senza dover affrontare difficoltà finanziarie.

L’Agenda 2030 riconosce esplicitamente che la salute è un prerequisito, un risultato e un indicatore fondamentale di tutte le dimensioni dello sviluppo sostenibile. Non si può combattere la povertà (SDG 1) o la fame (SDG 2) senza garantire il diritto alla salute, così come non si può ottenere una reale parità di genere (SDG 5) se le donne non hanno autonomia decisionale e accesso alle cure. In questo senso, l’Agenda 2030 sposta il focus verso un approccio di “Salute in tutte le politiche”, richiamando gli Stati a considerare l’impatto sanitario di ogni scelta economica e sociale. Per organizzazioni impegnate sul campo come AIFO, questo significa che il lavoro di cura e inclusione è parte integrante di un ecosistema globale orientato a garantire che nessuno, coerentemente con il principio “Leave no one behind”, sia escluso dal progresso scientifico e sociale.

Leggi anche l’approfondimento sul diritto alla salute nell’Agenda 2030

L’impegno di AIFO nel mondo per il diritto alla salute

Per AIFO, tradurre il diritto alla salute in realtà significa agire direttamente laddove le disuguaglianze sono più profonde. Nei paesi in cui siamo presenti, lavoriamo concretamente per realizzare la copertura sanitaria universale indicata dall’Obiettivo 3 dell’Agenda 2030, promuovendo l’assistenza sanitaria di prossimità e rafforzando i sistemi sanitari nazionali. Il metodo di lavoro AIFO parte dall’ascolto delle comunità locali: crediamo fermamente che debbano essere i reali bisogni delle persone a orientare ogni progetto, garantendo così sostenibilità e appropriatezza degli interventi. In ogni contesto, operiamo in rete con enti governativi e non governativi, convinti che solo attraverso la collaborazione e la partecipazione si possa incrementare non solo la quantità, ma soprattutto la qualità dei servizi sanitari.

Il nostro impegno tocca diversi ambiti prioritari dell’Obiettivo 3 per garantire dignità e giustizia sociale:

  • salute materno-infantile: per ridurre la mortalità materna, neonatale e infantile, lavoriamo per aumentare l’accessibilità e la qualità dei servizi dedicati, sensibilizzando le comunità sull’importanza della salute della donna e del bambino.
  • lotta alle Malattie Tropicali Neglette (NTDs): ci concentriamo sulla diagnosi precoce, sulla cura primaria e sull’inclusione sociale, con l’obiettivo di spezzare finalmente il legame tra povertà, malattia e disabilità.
  • contrasto alle Malattie Croniche Non Trasmissibili: rafforziamo i sistemi sanitari nazionali e comunitari per affrontare sfide crescenti come il diabete, l’ipertensione e il cancro della cervice uterina.

Nei Paesi in cui operiamo, questo approccio si traduce in attività diversificate e capillari. Formiamo costantemente il personale dei Centri di Salute e gli Agenti di Salute Comunitaria, supportiamo le Brigate Mobili e le Fiere della salute per raggiungere le persone che vivono ai margini e creiamo Sistemi di Allarme Comunitario. Al contempo, promuoviamo iniziative di educazione per abbattere lo stigma legato alle malattie. Ogni nostra azione mette al centro la persona e la sua comunità, perché la salute non è una semplice questione medica, ma un diritto fondamentale che richiede partecipazione e dignità per essere pienamente vissuto.

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